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Vulnerabile e disabitato: addio a Google+. Tutti i flop di Big G

ROMA - Google+ chi?: la chiusura del social network di Big G potrebbe essere liquidata così, parafrasando la battuta dell'ex premier Matteo Renzi che fece infuriare Stefano Fassina, all'epoca viceministro dell'economia. E su Twitter sono tanti i commenti ironici che salutano la dipartita del "social meno usato della storia", sostiene qualche utente. "Google decide di chiudere Google+. Peccato era il mio posto preferito per sentirmi solo", scrive l'account La Pausa Caffè. "I suoi utilizzatori si dichiarano increduli e sgomenti. Tutti e dieci", incalza Pamela Ferrara.
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•LE RAGIONI DELLA CHIUSURA

Anche se c'è poco di cui scherzare data la ragione che ha convinto Mountain View a darci un taglio: un bug nella sicurezza che avrebbe messo a rischio i dati privati degli account di ben 500mila iscritti. La società sostiene che non sono state trovate prove di un utilizzo indebito, ma la vulnerabilità, risolta lo scorso marzo, esponeva informazioni sensibili, come data di nascita e luogo di residenza, a parti terze. Un problema che non va sottovalutato, lasciandoci distrarre dall'impopolarità del servizio, ammonisce il giornalista del Washington Post, Brian Fung. L'accusa è arrivata dalle colonne del Wall Street Journal che torna a fare luce sulle pecche di Big G in materia di privacy dopo una rivelazione che ha fatto molto discutere lo scorso luglio, quando ha svelato che l'azienda permette a compagnie terze di "leggere" le email spedite via Gmail. Rivelazioni che ora stanno facendo tremare il gigante hi-tech in borsa, dove Google ha perso oltre l'1%. Mentre le azioni di Alphabet, la holding a cui fanno capo le divisioni del gruppo, hanno toccato il minimo degli ultimi 3 mesi con un calo del 2,7%.
Nato nel 2011 con l'obiettivo di contrastare Facebook, Google+ può essere considerato uno dei maggiori flop di Google. A farlo diventare popolare non è bastata neanche l'integrazione con Gmail, il più grande servizio email esistente, del 2012. Ma non è stato il solo, ecco alcuni insuccessi da ricordare. Perché anche i grandi, anzi forse soprattutto i più grandi, sbagliano.
•DA ORKUT A BUZZ: I SOCIAL DI GOOGLE

Google+ non è la sola rete sociale che Mountain View ha cercato di mettere in piedi. La prima incursione nel fantastico mondo del social networking risale al 2004 con il lancio di Orkut: un servizio che si descriveva come "una comunità online che connette le persone attraverso una rete di amicizie fidate". Come molti altri social, permetteva di creare un profilo e inserire dati, immagini e video. Mentre a caratterizzarlo era la presenza di gruppi di utenti che condividevano gli stessi interessi. Ha avuto un discreto successo in Brasile, ma nulla ha potuto contro la dilagante diffusione di Facebook, convincendo Big G a liberarsene nel 2014. Nonostante questo è stato più longevo di Google Friend Connect (2008-2012); Google Buzz (2010-2011). E anche di Google Wave che, presentato in pompa magna nel 2009, avrebbe dovuto rivoluzionare la comunicazione su internet. Ma è finito nel cestino, come una email indesiderata, nel 2010.
•L'AGONIA DEI GOOGLE GLASS

In realtà non sono proprio morti, ma la loro natura è cambiata radicalmente. Stiamo parlando dei Google Glass, gli occhiali intelligenti di Big G. Pensati come un dispositivo di massa, che ha preoccupato in molti per le eventuali ricadute sulla privacy, si sono poi trasformati in un prodotto per chi lavora nelle catene di montaggio, nella logistica o nella sanità. Una fine molto lontana dall'idea originaria che voleva fare di quegli occhialetti smart un simbolo dell'innovazione hi-tech del decennio. Eppure, quando i primi prototipi cominciarono a circolare tra gli sviluppatori, sembrava che stessero per cambiare il mondo, regalandoci un settimo senso da sfruttare all'occorrenza. Era il 2013 ed eravamo tutti pronti a delle città abitate da superumani sempre connessi alla Rete, in grado di scattare foto, registrare video, e avere le ultime notizie in un batter di ciglia. Bastava un comando, semplice e diretto: "Ok, Glass!".
Non ha funzionato. Ma Big G non ha scelto di mollare del tutto. La divisione X, quella più avveniristica di Alphabet, ha continuato a svilupparli fino al lancio di un nuovo prodotto lo scorso luglio, più comodo e con una batteria potenziata. Il costo? Un migliaio di dollari.
•IL MISTERO DI GOOGLE READER

Una scelta che ha sollevato un polverone, quella di mandare in pensione Google Reader, il sistema per leggere i feed atom e RSS messo a disposizione degli utenti nell'ottobre del 2005. Era stato creato per offrire ai naviganti un sistema facile e veloce per tenere sott'occhio i siti web preferiti. Nel 2013, anno che ne avrebbe consacrato la dipartita, Google l'aveva abbandonato da tempo e non spendeva particolari risorse per aggiornarlo. Anche il numero dei nuovi iscritti era in costante declino. Ma il servizio conservava uno zoccolo duro di fedeli aficionados e non sono mancate le proteste quando Google ne ha annunciato la chiusura. Su Twitter è subito scattata la campagna #savegooglereader, mentre il sito della Casa Bianca ha persino ospitato una delle petizioni che chiedevano a Big G un ripensamento. Non c'è stato nulla da fare. Google Reader è stato ritirato il 1 luglio del 2013.
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