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RLab, la scienza a scuola: il mio robot balla il rock

È più facile programmare che ballare. Anna, 13 anni, non ha dubbi: il laboratorio di robotica le ha chiarito le idee e per il prossimo anno ha deciso di iscriversi allistituto tecnico per continuare a studiare informatica. Con lei cè anche Antonio, stessa età ma unaltra classe: assieme ai loro compagni della scuola media Giuseppe Ungaretti dellIstituto comprensivo Don Lorenzo Milani di Bari hanno partecipato alla RoboCup Jr, la gara nazionale di robot per scolaresche di tutta Italia. Il merito è di Nicola Sasanelli, 45 anni, professore di informatica che da quattro anni porta le macchine in classe per insegnare a programmare. Venticinque gli studenti del suo corso che si sono fatti avanti.
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Una volta iscritti hanno raccolto i fondi necessari, tra autofinanziamento e crowdfunding, per costruire i robot e gareggiare con unaltra ventina di scuole. Per tutto lanno, da dicembre a maggio, i ragazzi hanno lavorato insieme un pomeriggio a settimana dopo la scuola. Ma presto le ore sono raddoppiate, perché avevamo voglia di migliorare , racconta Anna, entusiasta di avere programmato i robot per farli interagire sul palco con i danzatori in carne ossa, i suoi compagni, nella gara Dance. Antonio invece con laltro gruppo si è dedicato alla sfida Rescue istruendo i robot per farli muovere lungo un percorso. Cosa serve per fare coding? Matematica e logica, risponde Antonio che della sua esperienza ha fatto tesoro: anche lui proseguirà gli studi allistituto tecnico. Il nostro gruppo di lavoro è diventato una seconda famiglia conclude Anna e con gli altri adesso ci vediamo volentieri per stare insieme, anche senza i robot. Lo stesso per Antonio: il laboratorio è diventato un appuntamento che preferisce ai videogame perché studiare così è più divertente , dice. È una bella sfida anche per noi, ammette il professor Sasanelli perché portare lesperienza in classe vuol dire anche mettersi in gioco sul piano relazionale, confrontarsi con i ragazzi in modo diverso dal solito e dare loro la fiducia per riuscire a portare a termine un progetto in autonomia .
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Daltronde, per coinvolgere gli studenti a volte basta mostrare che la tecnologia è qualcosa da indagare e da scoprire, prima ancora che da studiare. Lo spiega Giovanni Marcianò, docente di robotica educativa allUniversità di Torino e tra gli ideatori della RoboCup Jr Italia. Con la robotica i ragazzi prendono in mano le loro strategie di apprendimento, si appassionano e si impegnano volentieri ricorrendo allaiuto dellinsegnante solo quando si trovano di fronte a problemi complessi e sviluppando così nuove competenze . La RoboCup è stata il volano per fare arrivare la robotica nelle scuole, in cattedra e tra i banchi. Siamo partiti nel 2008 con otto istituti e sono diventati 200 lo scorso anno, spiega Marcianò, tanto che il progetto ormai procede con una rete delle reti (regionale e nazionale) e gare su tutto il territorio. Nel 2017 è nata la RoboCup Jr Academy, 242 tra scuole e istituti in otto regioni, è la rete che dà accesso diretto al contest internazionale (europei e mondiali) per studenti di tutte le età, dall'infanzia alle superiori. La finale nazionale quest'anno si terrà a Trento, dal 12 al 14 aprile, quando le squadre si affronteranno per fare danzare, muoversi e giocare i robot assieme ai ragazzi che hanno imparato a montarli, programmarli e gestirli.
La vera scommessa adesso è fare sì che la robotica diventi una metodologia per le materie curricolari dando agli studenti le competenze utili. Insegnare la robotica non è fantascienza. Marcianò è ottimista: I corsi di formazione del nostro ateneo sono pensati anche per la scuola dinfanzia. I laboratori di tecnologie dellistruzione e dellapprendimento insegnano la robotica ludica e i linguaggi di programmazione più avanzati per fare eseguire coreografie o muovere macchine più sofisticate e istruite per risolvere un problema, come uscire da un labirinto. Prima di tutto a chi sta in cattedra, perché poi la robotica arrivi anche in aula. È il digitale del fare, che insegna a lavorare in gruppo e trovare soluzioni. Insomma, a usare la tecnologia con un po di cervello.
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