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Viaggio nel feudo di Sarri: "E' rimasto l'uomo che era"

FIGLINE VALDARNO - Il sessantesimo compleanno di Maurizio Sarri non cade nel momento più felice della sua carriera. Tuttavia a Figline Valdarno, la cittadina dove il tecnico risiede e dove vivono la moglie e il figlio, il suo nome fa piegare la testa e inumidire gli occhi, soprattutto tra i tavoli dell'Antico caffè Greco, il covo dei suoi fan, e al circolo Arci di Matassino, dove il tecnico del Chelsea amava trascorrere il tempo con le carte della briscola in mano, "ma al massimo ci giocavamo tramezzini, mai soldi" raccontano i suoi amici, e dove pende uno striscione di solidarietà per i 318 operai della Bekaert, azienda dell'acciaio che ha delocalizzato in Romania. Da quando è a Londra, però, Sarri non è ancora tornato, ma nell'antica Figline, cantata anche da Dante, il suo spirito rivoluzionario e il suo calcio d'avanguardia fanno proseliti. Quando Sarri ancora giocava, nel 1991, e dopo aver già guidato lo Stia, fu scelto a metà campionato da Viviano Bencivenni, ds della Faellese, come allenatore della squadra locale, in Seconda categoria. Il figlio di Bencivenni, Gabriele, classe 1984, è cresciuto a Sarri e pallone. Oggi unisce al lavoro di impiegato quello di allenatore. Percorso simile in tutto a quello dell'illustre predecessore, prima giocatore, poi tecnico della Faellese. Oggi guida la Castelnuovese, Promozione toscana.
Modello Sarri, naturalmente.

"Sicuro. 4-3-3, possesso, gioco aggressivo. Maurizio è un mio grandissimo amico, ci vediamo, ci sentiamo spesso. Ed è soprattutto una fonte di ispirazione continua".

Cosa ricorda del Sarri giocatore?

"Difensore centrale, molto duro. Aveva giocato a discreti livelli, da noi venne a fine carriera. Si capiva che avrebbe fatto strada da allenatore per il modo in cui guidava il reparto. Si faceva sentire, era davvero un leader".
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Poi suo padre lo "mise" in panca.

"Per essere allenatore era ancora molto giovane, aveva 31 anni. Subito in tuta, la sua era nera, all'epoca, e l'ha portata nera per anni. Era un suo moto di ribellione al mestiere di ogni giorno: andava a lavorare in banca, giacca e cravatta, e così quando si metteva in panchina si liberava delle costrizioni e del bon ton. Non è mai cambiato, anche nel gran mondo è rimasto l'uomo che era".

Com'era il primo Sarri?

"Un maniaco del lavoro. Aveva creato un rudimentale archivio, oggi lo chiameremmo database, in cui registrava tutti i giocatori avversari, le loro caratteristiche, andava a vederli e li studiava, in modo da elaborare la tattica migliore. Una leggenda va comunque sfatata: non ha sempre giocato col 4-3-3. Ha frequentato molti moduli. Persino a Empoli, in A, giocava col 3-5-2. È una persona, oltre che un allenatore, intelligente, e sa adeguare le sue idee al materiale che ha a disposizione. Non è un rivoluzionario a ogni costo. Ma ha fatto un percorso lunghissimo prima di imporsi. Perché non aveva sponsor e santi in paradiso, al contrario di moltissimi suoi colleghi".

Le Merit, i 33 schemi: funzionò.

"Sarà certamente stato un trauma per lui non poter più fumare in panchina, a un certo punto l'hanno vietato, e così ha trovato l'espediente del filtro. I 33 schemi forse sono stati di più".

Lei, dopo Faellese e Olimpia Palazzolo, ha portato il verbo di Sarri a Castelnuovo dei Sabbioni.

"Credo sia un fine a cui tendere sempre, nel calcio come nella vita, la bellezza, dovunque tu sia, dovunque hai la fortuna o il merito di allenare e di vivere".
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Mario Calabresi
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