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Champions, la "Romantada" e la follia di Di Francesco

ROMA - "Io sono un pazzo" ha detto nella notte Eusebio Di Francesco, il Tenero Eusebio che si è elevato, con l'impresa dell'eliminazione del Barcellona, all'altezza dei più grandi, un Liedholm del terzo millennio. Un generale stratega che porterà sempre appuntata sul petto la medaglia conquistata la sera del 10 aprile 2018, una data storica, almeno per la Roma. Che certe soddisfazioni nella sua vita ne ha avute pochissime, e internazionali men che meno. Anzi in Europa della Roma si ricordano più che altro disfatte e delusioni totali, a partire dai famosi rigori di Roma-Liverpool nella finale di Coppa Campioni del 1984. Già il Liverpool, è in corsa, ha fatto un'impresa eliminando il City, è sulla strada della Roma. Si vedrà venerdì al sorteggio delle semifinali.
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Il fatto che James Pallotta avesse invitato allo stadio Alex Ferguson, il pigmalione del Manchester United che esattamente 11 anni prima aveva causato una delle sconfitte giallorosse più laceranti (7-1), era stato interpretato come un brutto segno, quasi uno strano malaugurio. La scaramanzia nel calcio è subdola e padrona. E invece è stata forse quella, prima di tutto, la mossa vincente, l'esorcismo totale del passato.

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di MAURIZIO CROSETTI
"Io sono un pazzo". Di Francesco lo ha detto mentre a Roma migliaia e migliaia di persone sono scese in strada: a Piazza Venezia, a Piazza del Popolo dove James Pallotta ha fatto il bagno nella fontana - lui che all'inizio dell'avventura romana si gettò vestito nella piscina di Trigoria, chiedendo appunto ai suoi fede e follia -, a Ponte Milvio nei pressi dello stadio che non si svuotava più con i tifosi che non se ne andavano e gli esterrefatti tifosi del Barcellona rimasti invece chiusi all'Olimpico fino all'una di notte, e poi fuochi d'artificio alla Garbatella, gente in pigiama e in mutande a Cinecittà. Ha ragione Eusebio Di Francesco, lui è un pazzo e anche Roma è pazza.
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Il Barcellona e i media spagnoli hanno riconosciuto e reso onore alla vittoria della Roma, strabordante e meritata. Titolo del giorno però quello de L'Equipe (e curiosamente de Il Tempo): la "Romantada". Che è appunto una romanizzazione della Remuntada, slogan caro al calcio spagnolo ma spesso andato di traverso soprattutto al Barcellona di Messi & C (vedi l'Inter del Triplete 2010 che l'eliminò in semifinale). Per il resto, il trionfo della Roma visto dalla parte del Barcellona è un "fracaso", un fallimento in tutte le salse. "Fracaso Total", "Fracaso Sin Excusas", "La Caida de Roma". Alla gioia travolgente della Roma corrisponde la costernazione di una grandissima squadra, il Barcellona, che da tre anni manca regolarmente la semifinale di Champions League. Il Barcellona stavolta la semifinale l'ha persa quando al momento del sorteggio il nome della Roma fu accolto con applausi e risate dentro lo spogliatoio. Sport, quotidiano sportivo di Barcellona, addirittura titolò "Un Bombon", una caramella ora andata di traverso. E che adesso rimbalza feroce sui social, rilanciato tifosi della Roma, maestri di perfidia.
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Di Francesco si dà del pazzo per tre motivi. 1) Per la strategia della difesa a 3 inventata dopo una notte in bianco a riflettere sulla Roma battuta in casa dalla Fiorentina. 2) Per aver creduto, lui solo e la sua squadra, in un'impresa assurda, davvero impossibile. Partita giocata col fuoco dentro, come si diceva una volta: avanti e a testa bassa. Ma anche grande tensione, accortezza, ferocia nelle marcature. 3) Pazzo, infine, per alzare sempre di più l'asticella e adesso puntare addirittura alla finale di Kiev e alla conquista della Champions League.
Il modesto e gentile Eusebio, non è certo il classico sbruffone (sbrasone alla romana): "Sono un pazzo ad aver cambiato la squadra così... Ma ora non dobbiamo accontentarci, ora serve sempre di più. Mi prendo i complimenti, le critiche e le parole ingrate ma guardo avanti. Perché non devo credere alla finale di Champions League? Deve essere il nostro obbiettivo, non dobbiamo accontentarci e dirci come va va". Giusto, non è che certi treni passino poi troppo spesso. Soprattutto a Roma.
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Ci sarebbe da soffermarsi a lungo sulla strategia vincente della Roma, e sul quel 3-4-1-2 , poi svolto e applicato con mille sfumature, provato solo in un paio di allenamenti prima del match. Gol di Dzeko, De Rossi e Manolas a parte la Roma ha letteralmente bloccato e intimidito il Barcellona, lo ha invischiato in un blob di marcature feroci che hanno tagliato fuori Messi e Suarez. Dzeko e Schick sono stati i primi efficacissimi marcatori nel pressing. Il Barcellona non ha praticamente mai impegnato Alisson, la partita è stata a senso unico. I giornalisti catalani in tribuna sono rimasti a bocca aperta per l'umiliazione subita dal Barcellona. Squadra che spesso le umiliazioni le infligge, ma che deve evidentemente superare certi passaggi generazionali e capire come andare anche oltre il gruppo storico che è stato o è tuttora di Messi, Iniesta, Xavi, Puyol, Piqué, Busquets & C. La sconfitta di Guardiola col City ci dice forse che anche il guardiolismo ha esaurito la sua spinta, e che il segreto è sempre nel cuore e nella testa dei campioni. Conta certo più quello del tiki taka o affari simili.
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Già, Messi dunque: la pulce è uscita a testa bassa, fermata ancora una volta dalla strategia altissima del calcio italiano. Il più grande genio del calcio dopo Maradona, all'Olimpico, è fermo ancora a quel gol di testa nella finale di Champions League contro il Manchester United. Ma Fazio, Manolas e Jesus non gli hanno certo dato lo spazio che gli dettero allora Rio Ferdinand e Van der Saar.
La bellezza della vittoria è anche nell'accoglienza e nella felicità sincera, per una volta, dell'intero calcio italiano. Che ha bisogno di imprese del genere - servirebbe eccome anche per la Juve a Madrid - dopo la batosta dell'eliminazione mondiale. Alla Roma sono arrivati i complimenti di tanti tifosi, del Napoli e della Juve, ma anche dell'Inter, della Fiorentina e così via. E' come se fosse tornato in vita l'orgoglio di far parte del calcio italiano, che ha una sua storia, una sua tradizione, una sua nobiltà.
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Per dare una misura dell'impresa della Roma, i bookmaker alla vigilia davano il passaggio e la vittoria della squadra di Di Francesco 75-80 a uno. Cioè, chi ci ha messo anche solo 10 euro ne ha guadagnati 800. Tutti i gol hanno quasi imprinting trascendentali, vengono da molto lontano: De Rossi e Manolas erano stati gli autori degli autogol che avevano portato all'andata a una sconfitta immeritatamente troppo larga.
E ancora Dzeko e Manolas, protagonisti non sono dei gol ma anche di prestazioni magistrali, erano stati i mancati affari delle ultime sessioni di mercato. In estate Manolas aveva rifiutato in extremis lo Zenit, e a gennaio Dzeko - gran mattatore della serata, un calciatore trasformato e trascinante - aveva detto no all'ultimo al Chelsea, costringendo la Roma a differenti strette di bilancio. Ma la qualificazione alle semifinali porta in dotazione alla Roma da sola circa 80 milioni di euro. Insomma, sarà ovvio, ma anche e soprattutto vincendo si fanno soldi.

rep


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di MATTEO PINCI
Il capitano De Rossi, l'anziano successore di Totti in campo (in tribuna insiema Cassano ed emozionato nel suo nuovo ruolo da dirigente) ha parlato di "notte più bella della mia vita", Dzeko di "voglia di andare in finale", Strootman di avere Kiev in testa ma soprattutto "ho visto tutti lottare: dai magazzinieri ai tifosi, tutti volevano vincere". Dunque una vittoria perfetta, totale, generale, senza tradimenti stavolta. La Roma ha raggiunto in 90' perfetti storici minuti, una dimensione impensabile e folle. Certamente pazza come il suo generale Di Francesco.
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