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PyeongChang 2018: tra tigri, draghi e al ritmo di "Gangnam Style", i Giochi si aprono applaudendo la Corea unita

PYEONGCHANG - Korea, nient'altro. Né Nord né Sud per una notte. Tutti in bianco, dietro una bandiera, bianca pure lei, con la silhouette azzurra della penisola. Come sarebbe, se fosse unita. Com'è stanotte, quando sfila per ultima alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di PyeongChang. "Tienila in questo modo" sembra dire Won Yunjong, bobbista del sud, mentre aiuta Chung Gum Hwang, una delle hockeyste del nord che sorregge la bandiera insieme a lui.
L'Olympic Stadium PyeongChang è in delirio, fa finalmente uscir fuori la voglia di festa e distensione che covava da quando sono cominciati i colloqui preolimpici. Il presidente Moon Jae-in, vestito anche lui in bianco, saluta soddisfatto, così come il presidente del Cio Thomas Bach che più tardi scandirà "La Corea del sud e del nord che marciano insieme mandano un potente messaggio di pace al mondo". Gli atleti, ma anche i tecnici stranieri, urlano, sorridono, sventolano la bandiera della penisola, riprendono con telecamere portatili, selfie stick, indossano cappellini blu con pompon rosso sul quale con c'è scritto Kor o Dpr, ma PyeongChang. In tribuna alza le mani e applaude l'anziano esponente di Pyongyang Kim Yong-Nam, mentre Kim Yo-Jong, sorella del leader Kim Jong-un saluta e sorride in austero abito nero, scambiando cenni d'intesa con Moon e Bach, due file più avanti, dopo avergli stretto la mano.
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Una cerimonia che resterà nella storia, quella dei ventitreesimi Giochi olimpici d'inverno. Iniziati con il doveroso omaggio alla tradizione, con tigri bianche, draghi, richiami all'armonia del cosmo, ma poi rapidamente scivolata ai giorni nostri, col ritmo house di "Gangnam Style" che ha accompagnato la sfilata delle 91 nazioni e trasformato lo stadio olimpico in una discoteca a cielo aperto. Lasciando in secondo piano il freddo che doveva mettere a repentaglio la salute degli atleti, ma alla fine non è stato così tremendo, attestandosi attorno agli zero gradi con forte umidità. Permettendo a Pita Taufatofua, il tongano che a Rio sfilò con l'olio di cocco a definire la muscolatura da Mister Universo, di presentarsi con lo stesso look anche in Corea dove gareggerà nel fondo.
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E pure Arianna Fontana, portabandiera italiana, ha lasciato al villaggio il cappellino di lana, sfidando i timori per le gare di domani nello short track con un sorriso e una grande voglia di godersi la notte da protagonista, come le aveva consigliato Federica Pellegrini. Alla fine una versione di Imagine un po' troppo libera e orientaleggiante, ma in fondo conta il pensiero. Questa era una notte che due mesi fa, quando si dialogava col linguaggio dei missili, si poteva solo immaginare.
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