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Dakar, dalla palla ovale al deserto: Botturi, l'uomo di ferro

SAN JUAN DE MARCONA - Ha imparato a soffrire in mischia, facendo a capocciate in maglia azzurra col Barone Lo Cicero. La soglia del dolore di Alessandro Botturi, da anni protagonista in moto alla Dakar, è un Everest buio che forse sconfina nella follia agonistica, irraggiungibile per un "normale" essere umano: "Due stagioni fa mi sono rotto il polso destro al secondo giorno di gara - scafoide, legamenti - , e ho continuato fino all'undicesima tappa, quando sono stato fermato da un problema al motore". Il polso gli fa ancora male a distanza di tanto tempo, ma che importa? "Questa è un'avventura oltre i limiti: l'importante è arrivare in fondo, costi quel che costi". Perché essere fermato da un guaio meccanico o un qualche infortunio, "è la cosa più frustrante che ci sia. E io è da un po' di tempo che non vedo il traguardo finale, pensare che una volta ero 5° in classifica e un'altra 9° ma mi sono arreso, nel 2017 sono partito bene poi alla quinta tappa ho preso una botta terribile. Così quest'anno ho deciso di partire con calma, per progredire col passare dei giorni". Dopo le prime 3 tappe con la sua Yamaha 450 è 23° a 36 minuti e 25 secondi dal leader Sam Sunderland.
Quarantadue anni, pilota professionista, nel 2013 era stato vicinissimo all'impresa: "Me la stavo giocando punto a punto, a 7 minuti dal 2° in classifica e a 4 dal 3°. Però ho commesso un errore, buttando via tutto". Per 12 stagioni nel Mondiale enduro (due volte 3°, 27 podi), ma la Dakar per lui è molto di più. "E se vuoi essere competitivo, ti ci devi dedicare tutto l'anno correndo almeno altri 5 o 6 rally tra Marocco, Libia, Sardegna". Quando non è il sella, lo trovate in palestra: corpo libero, flessioni, circuiti, balzi. "Per essere forte e scattante, perché lo sforzo fisico è qualcosa di mostruoso: devi reggere per centinaia di chilometri, prima le dune e il caldo peruviano poi il freddo e l'altitudine della Bolivia, quindi l'inferno dell'Argentina, dove qualche anno fa la temperatura ha raggiunto i 52 gradi".
Botturi è nato e vive a Lumezzane, in provincia di Brescia. Dove a 12 anni ha cominciato a giocare a rugby nella squadra locale, per passare poi all'U17 del Brescia. "Tallonatore, a volte pilone sinistro". Forte, coraggioso. Talento e grinta: è così che si è conquistato la maglia azzurra: prima dell'U17, poi dell'U19. "Ho giocato con Mazzariol, Saviozzi, Lo Cicero. Abbiamo fatto un bel Fira perdendo di pochi punti con la Francia". Dopo il servizio militare, ha esordito in serie A2 con il Rovato. "Ma avevo già cominciato ad andare seriamente in moto, così da marzo in poi dovevo lasciare la palla ovale per montare in sella. Fino a quando ho scelto definitivamente l'enduro".
Racconta che alcuni anni fa stava "battagliando" alla Dakar con Helder Rodrigues, suo vecchio compagno di squadra. "A 10 chilometri dall'arrivo ho visto che si è fermato, perché aveva finito la benzina. Allora sono tornato indietro, me n'ero nascosto un litro sotto il giubbotto e gli ho passato la bottiglia, così ha finito la tappa". C'è qualcosa della filosofia ovale, in questa avventura in moto? "In parte sì. Devo dire che giocando a rugby ce le davamo di santa ragione anche in allenamento, ma quando finiva tutto ci si abbracciava e si beveva una birra insieme. Questo tra i piloti purtroppo non succede, e io in tanti anni non mi sono ancora abituato".
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