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E morto Carlo Flamigni, una vita per i diritti per le donne

BOLOGNA - "Posso dire che vivere nel dolore ci consente di capire fino in fondo che cosa intendiamo per dignità: è la cenestesi dello spirito, il ricordo di me che vorrei lasciare alle persone che mi hanno voluto bene, la consapevolezza di meritare il rispetto affettuoso e sincero da parte delle persone che sono riuscito ad aiutare" scriveva in un botta e risposta con Livia Turco a ottobre scorso. Risuonano queste sue parole ora che Carlo Flamigni è morto, a 87 anni: medico, ginecologo, scrittore, padre della fecondazione assistita, già membro del Comitato nazionale di Bioetica e direttore della clinica ostetrica dell'Università di Bologna.
Un maestro, un intellettuale dal camice bianco che ha segnato la storia del Paese per le sue battaglie civili e politiche dalla parte delle donne. Carisma, sarcasmo e profondità umana, tra i suoi tratti più veri. "Sarai per sempre quello che le donne le hai aiutate per davvero", si legge tra i ricordi via social tra tanti "grazie". Una vita spesa per i loro diritti, per la libertà di scelta, per la difesa di leggi come quella sull'aborto. Le battaglie sui consultori, per l'emancipazione delle donne, Flamigni da medico sapeva accogliere il dolore di maternità interrotte, perdute, insperate. Una volta ricordò della sua vita professionale: "Rimane soprattutto il ricordo dell’evento parto, della sua intensità emozionale, della complicità delle donne con cui ho diviso questo momento straordinario. Spero, da spettatore, e non troppo arrogante".
Da anni viveva nel buen retiro di San Varano, la casa di famiglia immersa nella campagna tra Forlì e Castrocaro. Un ritorno alle origini, alla sua anima romagnola, laica, anarchica, repubblicana. Ed è proprio all'ospedale di Forlì che verrà allestita la camera mortuaria: domani, lunedì 6 luglio, dalle 14 alle 19 e martedì dalle 7 alle 14. Alle 15 ci sarà un breve saluto. Il figlio, Carlo Andrea, su Facebook lo ricorda così: "Eri il mio eroe invincibile, ora mi sembra impossibile non poter più sentire la tua voce, sapere che non potrò più chiamarti per un consiglio. Ciao papà, speravo che questo momento non arrivasse mai, il dolore è grande almeno quanto il bene che ti ho voluto... ma un giorno ci rivedremo prof".
Flamigni, fra i massimi esperti mondiali di fecondazione assistita, ha preso parte in modo attivo al dibattito che si era sviluppato in Italia ai tempi dell'approvazione della legge 40 del 2004 che ha introdotto l'uso di queste tecniche nel nostro paese, e nel successivo lavoro per modificarla.

La carriera


Nato a Forlì il 4 febbraio 1933, Flamigni si era laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Bologna nel luglio del 1959, con successivo diploma di specialista in Ostetricia e Ginecologia. Docente di diversi insegnamenti presso l'Alma Mater, è stato direttore della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell'Università degli Studi di Bologna dal novembre 1994 al dicembre 2001.
Imponente la sua produzione scientifica, con oltre mille memorie originali, numerose monografie e alcuni libri di divulgazione. Ha pubblicato numerosi articoli su vari problemi di bioetica.
Dal 1990 al 1994 e dal 1999 al 2004 è stato Presidente della SIFES - Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione. Già membro anche del Comitato Nazionale per la Bioetica. Da dicembre 2015 era anche membro del Comitato Etico della Statale di Milano. Esperto esterno della Fondazione Veronesi. Temi di ricerca degli ultimi anni: la contraccezione maschile; le tecniche di fecondazione assistita; i problemi della bioetica e dell'etica medica.
"Ero con lui ieri sera, è una perdita da molti punti di vista incommensurabile, è uno degli ultimi veri maestri sia sul piano scientifico che personale ed umano: sapeva insegnare cose di mestiere e saggezza di vita, un uomo di spessore raro”, lo ricorda l'allievo Carlo Bulletti, specialista in ginecologia e ostetricia, ora professore incaricato alla Yale University.
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Le battaglie


"Quelle preghiere sono espressione di una chiesa medievale. Le femministe reagiscono a una provocazione cattiva che umilia le donne", disse a Repubblica nel 2014, commentando lo scontro davanti al policlinico Sant'Orsola tra i cattolici che pregavano contro l'aborto e le femministe che rispondevano intonando “Bella Ciao”. Perché dietro a un aborto, disse, c'è “sofferenza. È una scelta complicata. Ricordo le donne a testa bassa, che non vogliono essere viste. Chiedo a chi recita le preghiere dove è la loro compassione, di considerare queste donne, vittime di fidanzati imprudenti, di mancanza di educazione. Dietro c'è l'egoismo, l'ignoranza, l'indolenza degli uomini, c'è la responsabilità sociale di come educhiamo i nostri figli maschi a non rispettare le bambine, sorelle, compagne".
"Che rabbia", esclamò, sempre quell'anno, quando l'Emilia tentennava sulla fecondazione eterologa. Criticava "scelte senza coraggio" mentre le coppie "sono costrette ad andare all'estero". Imputava alla politica di mettersi di traverso, e di non garantire, dunque, un diritto. Professava la laicità, perché "le regole morali di oggi non sono uguali a quelle di ieri. E in futuro saranno ancora diverse. Non c'è una morale scritta. Ma è dettata dal senso comune. Che si modifica, come la scienza. Oggi sta arrivando l'utero artificiale, si congelano gli ovociti da giovani quando i difetti genetici non sono ancora espressi per poter fare i figli più tardi. Sono questioni che vanno al di là della morale scritta in alto da chissà chi".

Lo scrittore


Flamigni è stato, sin dai primi anni Novanta, un divulgatore di grande successo: fra le sue opere best seller La procreazione assistita, pubblicato dal Mulino nel 2002, e Avere un bambino, edito da Mondadori nel 2001. Ed è stato un romanziere ironico, colto, giocoso: il filone noir inizia da Giallo Uovo (Mondadori, 2002) a Un tranquillo posto di Romagna (Sellerio, 2008) fino a Circostanze casuali e La compagnia di Ramazzotto (Sellerio 2014) dove racconta, precisando che ogni circostanza è puramente casuale, gli odi, le invidie, i conflitti tra accademici.

La corsa al Rettorato e la politica


Proprio di conflitti accademici Flamigni soffrì moltissimo. Nel 2000 si candidò al Rettorato, la corsa più dura perché segnava la successione del lungo "regno" di Fabio Roversi Monaco. Una sfida ai poteri forti, e infatti fu bersaglio di veleni e denunce: da un anonimo partì un'inchiesta che lo vide indagato, per la quale il pm chiese l'archiviazione. La corsa al Rettorato fu vinta da Pier Ugo Calzolari con l'appoggio dello stesso Flamigni e di altri due candidati, Tega e Pupillo.
La politica era l'altra sua passione. Fu consigliere comunale Ds dal 1990 al 2004 e fu il primo presidente del Consiglio comunale di Bologna (dal 1995 al 1999), figura istituita a seguito dell’elezione diretta del sindaco. Alle Europee nel 2009 si candidò con Sinistra e Libertà.

Uomo di sinistra, dalle radici repubblicane, capace quando necessario di attaccare il suo partito. Lo fece in occasione della ridefinizione dei rapporti tra università e sanità pubblica all'interno del Sant' Orsola scagliandosi contro il disegno di riforma sanitaria dell'allora ministra Rosy Bindi: "Non si può schiacciare Medicina sull'ospedale - ribadiva - e la mia non è una difesa da baroni. Non è una richiesta di potere, ma di dignità".
Paladino del valore della laicità, scriveva nel manifesto di bioetica laica: "La libertà della ricerca, l’autonomia delle persone, l’equità, sono per i laici dei valori irrinunciabili. E sono valori sufficientemente forti da costituire la base di regole di comportamento che sono insieme giusti ed efficaci
Una vita per i diritti. Gli stessi che la moglie del medico, la sociologa Marina Mengarelli Flamigni, ha raccontato in un libro uscito da poco in libreria per Pendragon, "Diritti che camminano. Uno sguardo sui diritti civili in Italia dal 1968 ad oggi attraverso gli occhi di Carlo Flamigni". La narrazione delle battaglie da lui vissute in prima persona in Italia: la rivoluzione della sessualità, la contraccezione, la riproduzione, l'inizio e la fine della vita. "Una vera e propria storia delle lotte per i diritti civili nel nostro Paese".

Il cordoglio


“Ha saputo riunire in sé le caratteristiche che dovrebbe avere ogni medico: la profonda competenza scientifica e clinica, la sensibilità e lo spessore sul piano umano. Qualità queste ultime che lo hanno portato sempre dalla parte delle donne, per difenderne i diritti di libera scelta". Così il presidente della Regione, Stefano Bonaccini: “Un grande medico, un maestro per tanti e una figura di riferimento per la comunità scientifica regionale e nazionale. Senza alcun dubbio una perdita per l'Emilia-Romagna e per il Paese”.
Anche Corrado Melega, ex direttore della maternità dell'ospedale Maggiore di Bologna, già consigliere comunale del Pd, era un suo discepolo. Lo ricorda così: “Se n'è andato un pezzo della mia vita e della storia della medicina bolognese e italiana. Un uomo importante, innovativo, polemista, di rottura. Lavorava ancora, non tanto come ginecologo ma era diventato esperto di bioetica, si interessava di problemi che riguardavano l'etica della riproduzione, della genitorialità. Si è battuto per i diritti delle donne, era un grande paladino della laicità. Sono rimaste famose le sue battaglie contro il conservatorismo, il conformismo, un certo tipo di cattolicesimo di retroguardia. O ancora la sua attività a difesa della 194 e per la fecondazione assistita. Inseriva questi temi in un orizzonte più generale di tolleranza, di libertà d'espressione e discelta: tutte quelle cose che in Italia, in questo momento, sono in pericolo”.
"Carlo Flamigni - scrive il sindaco di Bologna Virginio Merola in una nota - ha onorato Bologna con il suo lavoro da professore, ginecologo di fama mondiale e come rappresentante delle istituzioni per la sua lunga presenza in Consiglio comunale".
La lotta "mai stanca" per "i diritti delle donne" e il fatto "di avere una mente molto aperta, in grado di accettare le opinioni altrui pur non retrocedendo mai sulle proprie. Una grande scuola" per la comunità scientifica a cui mancherà il suo "metodo". È questa l'eredità umana e professionale che lascia Carlo Flamigni secondo il ritratto che ne fa all'Ansa uno dei suoi più stretti collaboratori nonché amico di lunga data, Renato Seracchioli, direttore del reparto di Ginecologia e fisiopatologia della riproduzione umana dell'Ospedale Sant'Orsola di Bologna.
"È grazie a lui - dice Seracchioli - che sono arrivato alla clinica di ginecologia di Bologna, nel 1983, quando allora si cominciava a lavorare sulla fecondazione assistita. Un incontro casuale il nostro, mi volle perché aveva bisogno di persone che lavorassero nel campo e mi chiese di fare lì la specializzazione".
L'ultima volta che ha incontrato Flamigni è stato poco più di una settimana fa, nella sua casa di San Varano (Forlì), dove con mente lucidissima ha parlato della stretta attualità. Del caso Umbria per la delibera sul ricovero in ospedale per tre giorni anziché il day hospital per l'aborto farmacologico con la Ru486, degli attacchi alla legge 194. Il suo ultimo pensiero è stato un monito, spiega Seracchioli, "a non abbassare mai le difese sui diritti anche quando acquisiti. Sono acquisizioni che vanno difese coi denti". La sua era "una mente incredibilmente colta, aperta e brillante". È "una di quelle persone che ti segnano la vita perché hai sempre qualcosa da imparare".
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