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Potenza, il coronavirus a 33 anni: Ho visto la morte in faccia e in quella di mio padre

Ho visto la morte in faccia e in quella di mio padre, che è stato preso per i capelli. Mia madre è stata un giorno intero con il casco in ventilazione e stava per finire in terapia intensiva. Raccontarlo non rende. Dalila Grieco è stata tra le prime contagiate dal coronavirus nella città di Potenza. Giovane e in salute, a 33 anni è difficile immaginare di vivere unesperienza simile.

"Non riuscivo a mantenermi in piedi, il corpo non lo controlli più. Il virus ti spezza in due, ma tu resti lucido. È bruttissimo, racconta. Dalila è stata ricoverata al reparto di malattia infettive dellospedale San Carlo il 18 marzo ed è stata dimessa, guarita dal virus, l8 aprile. Il 22 è terminata la sua quarantena.
Dalila come sta?

Sono ancora stanca e affaticata, ma i medici mi hanno detto che è normale perché si guarisce dal Covid ma non dalla polmonite. La cura è molto pesante. Si usano farmaci potentissimi come quelli per la malaria e lHiv. Avevo gli occhi gialli, la lingua rosso sangue. Tornata a casa ho avuto ancora qualche decimo di febbre, ma mi hanno assicurato che fino a 37,5 non cè da preoccuparsi. Mi hanno consigliato di stare a riposo, di non sudare. Dopo 14 giorni dalla quarantena bisogna rifare le analisi e dopo tre mesi la Tac ai polmoni. Ci vogliono almeno due mesi per guarire dalla polmonite.
Quando si sono presentati i primi sintomi?

Più o meno una settimana prima del ricovero, quindi intorno all11 marzo. Mi bruciavano tantissimo gli occhi e avevo la febbre, ma non molto alta. Poi la tosse lancinante, la dissenteria, la perdita di gusto e olfatto. La febbre è schizzata a 39. Inizialmente mi hanno detto fosse influenza e lho curata come tale. Ma io me lo sentivo ci fosse dellaltro. Avevo un dolore fortissimo alle spalle, alle ossa. Quando poi ho detto che avevo un locale in città mi hanno fatto il tampone, dopo circa una settimana dai primi sintomi.
Quando hanno deciso di ricoverarla?
Una volta ottenuta la positività del tampone. Sono stata portata al reparto di malattie infettive insieme a mio padre, perché intanto avevano cominciato ad avere sintomi anche i miei genitori, risultati positivi. Ho chiesto io allospedale se potessi stare nella stessa stanza di mio padre. Erano i primi giorni dellepidemia, il reparto non era in affanno e mi hanno accontentata. Mia madre è stata ricoverata poco dopo.
Che ricordi ha dei giorni in ospedale?
I primi 15 giorni sono stati da incubo. Non riuscivo nemmeno a parlare o a prendere il telefono per sentire mia madre e i miei fratelli. Lisolamento è difficile da reggere, anche mentalmente. Gli infermieri e i medici li vedevamo da fuori un vetro e ci parlavamo per citofono. Ci sono stati vicino prendendosi cura di noi anche psicologicamente, dalle signore delle pulizie al personale medico. Un giorno avevo voglia di mele e dopo un paio dore sono arrivate. Mio padre aveva desiderio di una coca cola e lo hanno subito accontentato. Ci hanno coccolato, ci hanno incoraggiato nei momenti di debolezza. Perché ci sono giorni in cui credi di non farcela. Nel mio caso, poi, vivevo nel terrore di avere contagiato la mia famiglia e se fosse successo qualcosa ai miei genitori o ai miei fratelli, anche loro risultati positivi ma in isolamento domiciliare avendo sintomi più lievi, avrei vissuto per sempre con il senso di colpa.
Si è fatta unidea su come possa essere stata contagiata?

Potrebbe essere successo al locale ma non ne sono sicura. Stavo alla cassa con i guanti ma senza mascherina. Non ero a stretto contatto con i clienti da almeno 15 giorni prima della chiusura, decisa in anticipo rispetto al lockdown.
Cosa ha provato quando ha saputo della positività del tampone?

È stato molto brutto perché lho appreso dai social. La gente ne era a conoscenza da prima di me e mi arrivavano messaggi di amici e conoscenti che mi dicevano di essere dispiaciuti.
E quando le hanno comunicato che era negativo?
Me lo hanno detto facendo un gesto di vittoria da dietro i vetri del reparto. Ho provato una gioia infinita ma a metà, perché i miei genitori non erano ancora guariti. Adesso anche loro sono guariti e siamo tutti a casa.
Mentre si trovava in ospedale, era a conoscenza di quello che stava accadendo ad altre persone ricoverate insieme a lei per il coronavirus?
Avevo un rifiuto per le notizie e per i Tg. Poi ho saputo del padre di un mio caro amico che non ce laveva fatta ed è stato un momento molto brutto. Ho pianto. Poi però mi sono detta che il mio corpo stava reagendo e ho cercato di non farmi abbattere. Mia madre, per esempio, ha visto una donna morirle accanto.
Come si è fatta forza?
Io sono tenace per natura, ma ho dovuto essere coraggiosa per me e per i miei genitori. A mio padre ripetevo che dovevamo vivere ancora tante cose, doveva vedere i suoi figli sposarsi, diventare genitori. Ed era quello che mi ripetevo anchio. Quando entri in un ospedale in quelle condizioni e non sai cosa succederà, ti passa la vita davanti. Tutto quello che avresti voluto fare e non hai fatto.
Ha paura della fase due, di convivenza con il virus?

Un po di paura cè. Ci hanno sottoposto al test per limmunità ma ci hanno anche spiegato che non ci sono certezze. Non voglio che la paura vinca. Andrò a fare la spesa, porterò il cane fuori, usando la mascherina e tutte le precauzioni del caso. E poi come Dio vorrà. Io ho molta fede. Voglio vivere, con tutte le consapevolezze di quelli che sono i miei reali desideri.
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