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Parma alla finestra guarda la citta sospesa

Finestre, terrazzi e balconi sono diventati i nostri periscopi sul mondo: aperture attraverso le quali fare entrare la luce di questa primavera straniata di strade e piazze vuote, di silenzio punteggiato solo dal cinguettio di uccelli e dal ronzio di api che hanno potuto costruire indisturbate il loro alveare durante la notte, di vasi che fioriscono con nuovi inaspettati colori, di anatre che, lasciato il greto del torrente, passeggiano su un ponte in direzione del centro ora libero dal traffico.
Mentre noi, animali in cattività, osserviamo l’esplosione vitale della natura senza poter prendere parte a questa festa se non tentando piccoli giardini o orti da balcone, piantando erbe aromatiche e gerani, spiando una tortora che con un andirivieni di voli frequenti inizia a intrecciare il suo nido al riparo di una veranda.
La città si lascia guardare attraverso la cornice delle nostre finestre e da questo vuoto definito dalla geometria, dai rettangoli pensili di terrazzi e balconi, possiamo salutare i vicini che fino a oggi avevamo ignorato, guardare il bambino che fa penzolare le gambe tra le inferriate, accorgerci che in un appartamento del palazzo di fronte al nostro tutti leggono, tentare di indovinare se la signora seduta sul piccolo balcone di ringhiera con i ferri da maglia sta facendo una coperta o una sciarpa fuori stagione.
Lockdown, la vita dei parmigiani su balconi e davanzali - Foto
E vorresti chiederglielo ma dovresti alzare troppo la voce per raggiungerla e ora che il cinguettio intrecciato degli uccelli si è fatto così deciso ti sembra che la tua voce potrebbe essere un elemento stonato e quindi ti limiti a osservare i movimenti sicuri delle mani e dei ferri decidere geometrie che da lontano ti appaiono belle quanto quelle definite con sicurezza dalle api nel loro alveare, dai rami intrecciati dal becco agile della tortora, dal movimento circolare delle gambe di un bambino nel vuoto.
Le finestre delle case di Parma, quelle ritagliate dentro i colori pastello dell’Oltretorrente e quelle sottratte al grigio di palazzi periferici, quelle che abbiamo scelto e amato perché di fronte non c’erano altre case ma solo alti pioppi e che adesso ci negano un punto di fuga prospettico in casa d’altri, quelle più adatte a traghettare i nostri sguardi verso l’intimità dei vicini perché aperte su un cortile interno il cui spazio ristretto ora sembra una fortuna: soprattutto per due bambine amiche che, non potendosi incontrare, si scambiano piccoli regali e messaggi affidandoli a una teleferica, costruita con corda, barattolo e carrucola, tesa sopra lo spazio vuoto che separa due ringhiere.
Dentro il caos immobile e sospeso di giorni indecifrabili, forse, prendendo in prestito le parole di Antonio Tabucchi, le finestre sono ciò di cui abbiamo bisogno: “La vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna racchiuderlo in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre che sono geometriche”.
Come Bernardo Soares, personaggio creato da Pessoa, sospeso tra una vita esteriore che scorre estranea a lui e una vita interiore ignota, dal suo quarto piano sull’infinito affacciato “a una finestra che dà sull’inizio delle stelle”, incontriamo il mondo, lo guardiamo e ci lasciamo guardare fino a fare della porzione di spazio ritagliata dalla nostra finestra un universo intero.
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