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Coronavirus, il ritorno in corsia a Parma del medico rianimatore: "Non e possibile tirarsi indietro"

"Di fronte a una emergenza sanitaria di questa portata, non è possibile tirarsi indietro per chi ha scelto la professione medica ispirandosi a principi di solidarietà umana: non impegnarsi sarebbe incompatibile con lo spirito etico che anima la nostra professione".
Così Giacomo Cappè, fino al dicembre 2018 medico rianimatore allospedale Maggiore di Parma, passato poi allesercizio della libera professione e oggi impegnato nella trincea della rianimazione nella lotta alla epidemia da covid-19.
Massiccia è stata, nei giorni scorsi, la risposta di medici che si sono offerti volontari per alleviare i turni massacranti dei colleghi e portare le loro competenze al servizio di reparti in affanno e in carenza di personale.
Quando ha deciso di rendersi disponibile per contrastare questa emergenza sanitaria?

"A gennaio e febbraio ero in Australia, al seguito della nazionale olimpica di vela, e in Italia si registravano i primi casi di contagio; quando, a fine febbraio, la situazione si è fatta allarmante, mi trovavo a Cagliari. Sandra Rossi, primario della Rianimazione al Maggiore, mi ha segnalato la necessità di risorse umane, in particolare di anestesisti, e subito sono volato su Parma. Nel giro di 48 ore avevo un contratto di emergenza e sono stato assegnato ai turni di rianimazione dove avevo lavorato fino a due anni fa".
Qual è la situazione che ha trovato e quale lo spirito con cui state lavorando?

"Ognuno di noi è chiamato a dare qualcosa di più della semplice professionalità: in tutti noi emerge una dedizione che non ho mai percepito in modo così acuto in 18 anni di servizio: questa carica aiuta a dare e darsi coraggio. A fine turno, capita di essere sgomenti, mettersi le mani nei capelli e chiedersi se ce la faremo ma non possiamo permetterci di vacillare. Ci facciamo coraggio e andiamo avanti".
Quali i punti di forza e quali le criticità maggiori che ha incontrato?

"Mi è apparsa notevole lelasticità nel gestire una situazione che è in continuo divenire e questo ha confermato la stima nei confronti della Primaria di Rianimazione, molto efficiente nel gestire, modulare e riorganizzare il lavoro. Abbiamo poi ricevuto attestazioni di solidarietà dalla città e sostegno anche economico da tanti imprenditori. La difficoltà è quella di difendersi da una malattia che a volte è inesorabile: quando raggiunge picchi di gravità massima è veramente invincibile. Chi lavora in rianimazione sa che deve tentare sempre e in ogni modo di salvare una vita ma il confronto con questa malattia è anche una grossa lezione di umiltà perché si tratta di una malattia davvero difficile da domare".
Serve umiltà per fronteggiare il mare così come la malattia?

"Sì, gli elementi naturali come il mare aperto e lalta montagna sono stati sempre punti di riferimento nella mia vita e mi hanno insegnato tanto: viene da pensare che quello che sta accadendo sia una manifestazione di uno squilibrio che luomo ha prodotto sul pianeta. Da medico, il mio dovere è sempre a favore delluomo ma mi viene da pensare che la natura ci stia dando una lezione di umiltà per avere devastato la terra e lindicazione chiara che il rispetto della natura deve diventare il nostro primo target".
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