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Il franchising delle pizzerie nelle mani delle cosche: "Apro i locali solo perche ci siete voi"

Avrebbero gestito i ristoranti appartenenti alla nota catena di 'giro-pizza' Tourlé, marchio "in franchising", nel Nord Italia con "meccanismi propri della criminalità organizzata nella gestione delle attività commerciali", attraverso intimidazioni, prestanome, professionisti, e al "vertice" ci sarebbe stato Giuseppe Carvelli, pluripregiudicato per narcotraffico "vicino" alle cosche calabresi. Lo scrive il gip di Milano Natalia Imarisio nell' ordinanza sul blitz che ha portato a 9 arresti. Proprio in occasione dell'apertura dell'ultima filiale, nel capoluogo piemontese, la polizia lo intercetta mentre invia un messaggio chiaro al direttore di sala (anche lui indagato) per chiarire la sua posizione: "Io sono uno che non si fa dei problemi, ma li crea". Una minaccia palese per riaffermare il suo ruolo, che va associata al contenuto di un'altra intercettazione, in cui Carvelli parla con i rappresentanti della criminalità organizzata calabrese spiegando: "Sto aprendo questa pizzeria solo perche' ci siete voi". Chiari dunque i contatti con la 'Ndrangheta, mantenuti nonostante gli anni di carcere gia' scontati a partire del 2008, quando gli fu notificato che doveva scontare 20 anni.
Investimenti delle cosche nei ristoranti del Nord: le intercettazioni
Il franchising delle pizzerie nelle mani delle cosche: "Apro i locali solo perche ci siete voi"

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Nell'ordinanza si legge che Carvelli, ora tornato in carcere, "con fine pena al 2026" quattro anni fa è stato ammesso "al lavoro esterno" alle dipendenze di una cooperativa a Bollate (Milano) e dal marzo 2017 beneficiava "dell'affidamento in prova ai servizi sociali".

L'attività imprenditoriale nella ristorazione della presunta associazione per delinquere capeggiata da Carvelli, smantellata dalle indagini della polizia, coordinate dal procuratore aggiunto della Dda milanese Alessandra Dolci e dal pm Sara Ombra, sarebbe stata portata avanti tramite le "società Jenever prima ed Heigun poi" e per il tramite di Marco Bilotta, "insieme al socio Luigi Cannella". L'inchiesta ha documentato gli "sviluppi" delle attività della banda "in espansione" fino "all'apertura" anche di un locale a Torino, oltre alle pizzerie del marchio già presenti nell'hinterland milanese e non solo.
L'apertura del ristorante-pizzeria a Torino, scrive il gip, ha "determinato il trasferimento" di una persona "nel Nord Italia per curare le incombenze relative sotto la costante direzione" di Carvelli, a cui erano riconducibili, in pratica, i ristoranti a marchio Tourlé e che dimostrava la sua "indiscussa autorità". C'era un "chiaro riconoscimento di posizioni in ordine gerarchico (sotto Carvelli il socio Francesco Bilotta, ndr)". Il gip segnala anche la "raffinatezza degli strumenti giuridici adottati", tra cui la "costituzione di nuove società e successioni nelle rispettive compagini" e l'utilizzo "del marchio Tourlé", come quello continuo di "prestanome" e il ricorso "sempre agli stessi professionisti di comprovata fiducia", tra cui un notaio di Garbagnate Milanese. Carvelli, tra l'altro, rivendicava "il suo 'livello criminale', che gli ha assicurato la buona accoglienza a Torino da parte del 'livello superiore'" e si metteva, spiega sempre il gip, ad intimidire anche i dipendenti quando serviva.
"Questa operazione rappresenta un momento significativo perché dimostra gli investimenti della criminalità organizzata nel campo del food in Lombardia". Così Alessandra Dolci, capo della direzione distrettuale antimafia di Milano, descrive l'indagine 'Amleto Tourlé' che ha portato all'arresto di 9 persone e al sequestro di 300mila euro in contanti. "Bisogna capire definitivamente che qui le cosche hanno soprattutto un potere economico, più che militare - ha commentato Francesco Messina, direttore centrale dell'Anticrimine - Il modello Milano di prevenzione deve essere esportato". Le indagini hanno ricostruito l'investimento iniziale di 400mila euro nella pizzeria 'Tourlè' di Sesto San Giovanni (Milano).
Carvelli era stato arrestato nel 2008 con 6 chili di cocaina e poco dopo aveva ricevuto un cumulo pena di 22 anni. Grazie ai permessi premio e all'affidamento in prova ai servizi sociali, nel 2017 è uscito dal carcere e ha chiesto conto dell'investimento, riprendendo la gestione di quella che è poi diventata una catena di locali. Carvelli fu infatti tra gli imputati del processo "Decollo", indagine che ebbe luogo a Catanzaro in quell'anno e che scopri' le ramificazioni della cosca Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia) in Lombardia, trovando proprio in lui uno degli esponenti piu' pericolosi. Dopo 10 anni di carcere ultimamente il boss era affidato in prova e stava svolgendo il ruolo di cameriere proprio in uno dei ristoranti della catena: in occasione del'inaugurazione della filiale torinese era addirittura riuscito ad ottenere un permesso premio dal tribunale di sorveglianza per partecipare. Naturalmente il suo coinvolgimento nell'impresa di ristorazione era sempre mascherato da prestanome, a cui le quote erano intestate per non far figurare Carvelli, per questo motivo fra coloro che hanno subto ordini di esibizione ci sono ance due notai: "Si tratta di quella fascia grigia di coloro che consentono la creazione e lo spacchetamento delle societa' che servono per fatture false e trasferimento fraudolento dei valori". E' proprio questo infatti il capo di imputazione: associazione a delinquere (art 416 cpp) finalizzata al trasferimento fraudolento (art. 12 ex quinques).
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