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Cucchi, si allarga l'inchiesta sul depistaggio dell'Arma: indagato un capitano per favoreggiamento

C'è un altro ufficiale indagato nell'inchiesta su depistaggio delle indagini sul caso Cucchi. Depistaggio che fu orchestrato nell'ufficio dell'allora comandante provinciale di Roma Vittorio Tomasone (oggi generale di corpo d'armata e comandante interregionale dei Carabinieri "Ogaden" di Napoli con competenza su Campania, Puglia, Basilicata, Abruzzo e Molise).

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Approfondimento


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di CARLO BONINI
Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, si tratta del capitano Tiziano Testarmata. Oltre a lui e al generale Tomasone, sono almeno tre gli ufficiali coinvolti nella gestione dei falsi rapporti sul pestaggi di Stefano Cucchi. L'allora comandante del Gruppo Roma, il colonnello Alessandro Casarsa (oggi comandante del reggimento corazzieri del Quirinale e responsabile della sicurezza del Capo dello Stato) e i due ufficiali che a lui gerarchicamente erano sotto-ordinati quali comandanti di compagnia: il maggiore Luciano Soligo (allora comandante della compagnia Talenti Montesacro) e il maggiore Paolo Unali (allora comandante della Compagnia Casilina).

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Lettera


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di GIOVANNI NISTRI*
Infine, i marescialli Roberto Mandolini (vice comandante della stazione Appia) e il maresciallo Massimiliano Colombo Labriola (comandante della stazione Tor Sapienza). Sono state le dichiarazioni di quest'ultimo sottufficiale a coinvolgere Testarmata.

Gli indagati dell'Arma nel processo bis


Oltre a Testarmata, l'ultimo ndagato, sono cinque i militari alla sbarra nel processo nato dall'inchiesta bis sulla morte di Cucchi: Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro, Francesco Tedesco, rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l'arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, è accusato di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso.

I fatti risalgono al novembre 2015


In quel periodo, sei anni dopo la morte di Cucchi, mentre i poliziotti della Squadra mobile di Roma guidati da Luigi Silipo stavano scoprendo il coinvolgimento e le responsabilità dei tre carabinieri oggi imputati di omicidio preterintenzionale, il pubblico ministero Giovanni Musarò aveva chiesto al Comando provinciale dell'Arma di raccogliere e trasmettere tutti i documenti relativi alla vicenda dell'ottobre 2009.
In quel periodo arrivò dall'alto l'ordine di falsificare le annotazioni di servizio redatte dagli appuntati Francesco Di Sano e Gianluca Colicchio. Il 30 ottobre negli uffici del Comando provinciale di Roma che dà la misura del coinvolgimento dell'intera catena di Comando nei falsi. Alla riunione, convocata dal generale Tomasone, partecipano il Comandante del gruppo Roma Casarsa, i due comandanti di compagnia Unali e Soligo, i marescialli Mandolini (stazione Appia) e Colombo Labriola (Tor Sapienza), che hanno materialmente disposto i falsi.

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Editoriale


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di MARIO CALABRESI

La mail che accusa fu ignorata


Incaricata direttamente della raccolta dei documenti è poi la quarta sezione del Nucleo investigativo. Che si presenta a Tor Sapienza di fronte al maresciallo Colombo Labriola. È una scena madre. Che il maresciallo racconta così: "Arrivarono un capitano e almeno due sottufficiali. Gli diedi le annotazioni di Di Sano e Colicchio sia nella versione 'modificatà che originale. L'ordine era di dare tutto e io non volevo nascondere niente".
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Cucchi, si allarga l'inchiesta sul depistaggio dell'Arma: indagato un capitano per favoreggiamento

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"E per far capire - aggiunge - che avevo eseguito un ordine su disposizione dei superiori e spiegare così il perché di quelle due annotazioni, circostanza di cui i colleghi stessi si erano subito resi conto, mostrai la mail ricevuta dal colonnello Cavallo. Il capitano, allora, uscì fuori dalla mia stanza per parlare al telefono. Quando rientrò, presero tutto, ma non la mail".
Tutto. Ma non la mail. La prova che inchioda la catena gerarchica per i falsi non viene dunque raccolta per ordine del Reparto operativo con cui il capitano ha confabulato. E la ragione è semplice. Senza quella mail, Musarò non andrà oltre una storia di falsi cucinata da " qualche mela marcia " di basso grado. Una scommessa sbagliata. E per l'Arma catastrofica.
Quel capitano era Tiziano Testarmata, ora indagato per favoreggiamento.
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Mario Calabresi
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