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Bologna, il vescovo Zuppi al centro sociale Tpo: prove di dialogo tra cattolici e antagonisti

"Scusi, ma poi se chiamo un taxi per farmi venire a prendere qui arriva?", chiede ansiosa la signora all'ingresso. Entra un diacono, arriva un compagno. E così andare. La sala si riempie in un attimo verso le nove: due file di sedie in cerchio, microfono aperto stile assembleare. Serata del dialogo tra cattolici (quelli del Concilio) e attivisti (quelli che la "lotta si fa sporcandosi le mani, ma anche la fedina penale") ieri al Tpo. E' la prima volta di un vescovo in un centro sociale, una delle tante prime volte di Zuppi - don Matteo lo chiamano gli antagonisti - a Bologna. Lui chiarisce: "Se parlare qui fa notizia siamo messi male. Il dialogo serve a costruire ponti, a chiarirsi". Accanto c'è Luciana Castellina, fondatrice del Manifesto, che apre il discorso rispolverando la tesi del nono congresso del Pci: una fede religiosa autentica è un contributo alla critica al capitalismo. Si parte da qui.
In sala ci sono gli assessori Matteo Lepore e Davide Conte, siede l'ex assessora al welfare Amelia Frascaroli, da sempre vicina ai movimenti, ci sono quelli di Rifondazione, frate Benito Fusco dei Servi di Maria, chi ha fatto la battaglia contro la Buona scuola (e che all'ingresso raccoglie di nuovo le firme per una legge di iniziativa popolare) e gli attivisti del centro sociale Labàs. A colpo d'occhio i cattolici sembrano in maggioranza. Zuppi ripercorre i discorsi del Papa pronunciati quando accolse i movimenti popolari nel 2014 in Vaticano e poi nel 2016 in Bolivia, raccolti nel libro curato da Alessandro Santagata "Terra, casa, lavoro" ed uscito nei mesi scorsi con il Manifesto. Domenico Mucignat, storica voce del Tpo, osserva. "Sul tema dell'immigrazione, e lo dico con tutta l'umiltà possibile, siamo al cento per cento d'accordo con quello che dice Papa Francesco".
Bologna, il vescovo Zuppi al centro sociale Tpo: prove di dialogo tra cattolici e antagonisti

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E' questo il terreno comune che fa incontrare la comunista e il vescovo, l'antagonismo coi credenti, la sinistra coi cattolici democratici, i circoli Arci coi volontari della Caritas. "Prendere la parola pubblica insieme", sintetizza Luciana Castellina. Anche perché "o il conflitto diventa alternativa o non ne usciamo, la prospettiva è un lungo periodo di violenza e di barbarie. Che ce ne facciamo di palazzo Chigi se la società resta quella che è?". La spinta comune è al cambiamento mettendo al centro le persone, gli ultimi. "All'origine della crisi finanziaria c'è una crisi antropologica - sottolinea Zuppi - ma noi non dobbiamo abituarci all'ingiustizia, dobbiamo rispondere alle domande del mondo".
Il mondo sotto casa è il ragazzo del Gambia che dormiva in stazione e che parrocchiani e centri sociali hanno aiutato a trovare un posto dove dormire. "Bene avergli trovato un alloggio, ma poi bisogna capire le cause", sprona Zuppi che cita il Papa e la sua critica alla globalizzazione dell'indifferenza, all'individualismo "così pervasivo che accentua la paura". Poi le differenze rimangono, sulla sessualità, il corpo delle donne, ricordano le attiviste. "Abbiamo diversi punti di vista, posizioni diverse, io non smetterò di fare il vescovo così come il Papa continuerà a fare il Papa. Ci uniscono le riflessioni che Francesco ha rivolto ai movimenti popolari".
Parole raccolte da chi è distante come Paolo, educatore che lavora nel sociale. "Perchè gente come noi ha subito la fascinazione di Papa Francesco? Perché parla di lotta sociale, di non rassegnazione. Io non so dove mi trovo, ma in una serata come questa possiamo dirci con chi vogliamo andare per capire dove stiamo". Nel dibattito i cartoneros argentini diventano i riders, che proprio a Bologna hanno tenuto la prima assemblea nazionale, gli attivisti ricordano le azioni della magistratura, l'ultima a loro carico per lo sgombero di Labàs lo scorso agosto. Sulla legalità e la sua rottura Zuppi frena: "Il Papa dice che il sistema va cambiato con coraggio, ma anche con intelligenza e non con fanatismo".
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