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Autobomba Limbadi, arrestato il marito di Rosaria Mancuso per porto d'arma abusivo

VIBO VALENTIA - Perquisizioni a tappeto, interrogatori, sequestri. A poche ore dal barbaro omicidio di Matteo Vinci, il 42enne di Limbadi (in provincia di Vibo Valentia) ucciso da un'autobomba che qualcuno ha piazzato sotto la sua auto, le indagini hanno portato all'arresto di Domenico Di Grillo, marito di Sara Mancuso, la sorella dei boss dell'omonimo clan mafioso di Limbadi, e ingombrante vicina dei Vinci. Di Grillo finito in manette per possesso abusivo di arma da fuoco.
Un arresto chiariscono gli investigatori che non è direttamente collegato con l'omicidio, ma che potrebbe essere occasione per effettuare ulteriori e necessari accertamenti tecnici. I Mancuso - dicono indiscrezioni - sono nella rosa dei sospettati. Del resto, Sara (Rosaria) Mancuso è
la sorella di Giuseppe "Mbrogghia", boss ergastolano, unanimemente conosciuto come capo dell'ala militare del clan, Francesco (alias "Tabacco"), Pantaleone (alias "l'Ingegnere) e Diego Mancuso, tutti considerati uomini di vertice dell'ala militare del clan.
A poco più di ventiquattro dall'uccisione di Matteo Vinci Limbadi è un paese deserto. Non c'è nessuno per le strade, solo qualche ragazzino in piazza. E chi c'è non ha voglia di parlare.
"Questa mattina abbiamo lavorato pochissimo" dicono al bar principale del paese "dei nostri avventori abituali, non è venuto praticamente nessuno". E per i pochi che si sono fermati per un caffè, quell'attentato era argomento tabù. A Limbadi nessuno parla, nessuno sa. Come se quell'autobomba che ieri si è portata via la vita di Matteo Vinci e ha gravemente ferito il padre, attualmente ricoverato al Centro grandi ustioni di Palermo, fosse esplosa a chilometri di distanza.
Eppure il boato provocato si è sentito anche in paese. Limbadi è un piccolo centro e la strada di campagna che Vinci stava percorrendo quando la sua auto è esplosa, si trova giusto alla periferia. "Mia cognata abita lì vicino" racconta infine una donna "poco dopo lo scoppio mi ha chiamata spaventata. Pensava ci fosse stato un terremoto, perché ha visto tremare le finestre. Poi si è affacciata e ha capito".
Sulla vittima però, nulla dice. Al pari del resto degli abitanti di Limbadi. In un paese di poche centinaia di anime, sembra quasi che nessuno lo conoscesse. E nessuno si azzarda a dire alcunché dei Mancuso, contro cui la madre di Matteo Vinci da subito ha puntato il dito.
LO SCONFORTO DELLA FIDANZATA

"Io non pensavo che qui in Calabria potesse essere così" dice Laura, la fidanzata della vittima, arrivata a Limbadi per amore dalla lontana Argentina. Figlia di emigrati italiani originari del paese, tre anni fa aveva conosciuto Matteo in chat. "Volevo capire di più della Calabria e abbiamo iniziato a parlare" racconta con il viso scavato da occhiaie nere di pianto. "Ci siamo innamorati e per tre anni siamo stati insieme a distanza, poi sei mesi fa ho deciso di trasferirmi qui per stargli vicino". Non immaginava che la Calabria potesse essere così violenta, non avrebbe mai potuto pensare di perdere così il suo compagno. "Ora mi sembra tutto un incubo surreale, faccio fatica a realizzarlo. I miei mi hanno sempre parlato di questo posto con nostalgia, dicevano di essere scappati da qui per sfuggire alla fame, non mi hanno mai parlato della 'ndrangheta. Non mi avevano detto che qui si può morire per un pezzo di terra".
I MANCUSO MBROGGHIA

Per i familiari, l'unica ragione che può spiegare il brutale attentato contro Vinci sono i burrascosi rapporti con gli ingombrati vicini, i Mancuso "Mbrogghia", da sempre fin troppo interessati al piccolo appezzamento di terreno che i Vinci possiedono appena fuori Limbadi. Poche zolle, diventate negli anni motivo di battaglia legale come di dissidi, più volte degenerati in risse e aggressioni, finite al centro di fascicoli trasmessi all'attenzione della procura antimafia dove gli "Mbrogghia" sono clienti noti. La proprietaria dei terreni Rosaria "Sara" Mancuso è sorella di Giuseppe, boss ergastolano, unanimemente conosciuto come capo dell'ala militare del clan, come di Francesco "Tabacco", Pantaleone "l'Ingegnere e Diego, tutti considerati uomini di vertice del potente casato mafioso. Per i magistrati, che negli anni li hanno messi sotto indagine, processati e condannati, sono loro a guidare i gruppi di fuoco e i "reparti operativi" del potente casato mafioso, mentre gli omonimi cugini curano alleanze e grandi strategie. Insieme, controllano con ferocia e pugno di ferro il vibonese.
LA PISTA DEI TERRENI

Per questo, quella delle controversie legate ai terreni è solo una delle piste che l'antimafia sta vagliando. Poche ore dopo l'omicidio, gli investigatori si sono presentati a casa di Rosa Mancuso per una perquisizione, che ha fatto finire dietro le sbarre il marito Domenico Di Grillo, trovato in possesso di un'arma illegale. Ma per adesso si procede con i piedi di piombo. "Sarebbe tutto troppo semplice, troppo diretto, troppo scontato" dice un investigatore di lungo corso, che nel tempo ha imparato che in una terra di inganni e "tragedie"(messinscene) come la Calabria spesso nulla è come sembra. E che un delitto così barbaro, così facilmente ricollegabile ad una causale precisa e immediatamente identificabile, potrebbe rispondere a logiche molto più complesse.
IL GIALLO DELL'INNESCO

Per questo, si continua a procedere con attenzione e senza tralasciare alcun elemento, a partire dall'esplosivo utilizzato. Adesso gli artificieri non hanno dubbi. A far esplodere l'auto di Vinci è stata una bomba, ma si lavora per capire se ad innescarla sia stato un radiocomando o un timer. Un elemento chiave per comprendere pienamente la dinamica dell'attentato e se qualcuno abbia deciso di far scoppiare quell'ordigno proprio sulla strada che divide i terreni dei Vinci da quelli dei Mancuso.
MESSAGGI DI NDRANGHETA

Nella semiotica della 'ndrangheta, ogni dettaglio è importante per comprendere il quadro. E il mezzo è spesso un messaggio. Per la popolazione che abita un territorio e deve capire chi è che comanda. Ma forse anche per la Dda di Catanzaro, che da mesi ha intensificato le attività sul vibonese. Attenzioni che ai clan non piacciono per nulla. Fonti vicine alle indagini svelano che non passa giorno senza che qualcuno dei (tanti) uomini dei clan intercettati si lamenti dell'arrivo del procuratore Nicola Gratteri alla guida della procura di Catanzaro. Per la 'ndrangheta del vibonese, è lui il responsabile della nuova stagione di fermi, arresti, sequestri, che solo nell'ultimo mese hanno fatto saltare ben tre azioni di fuoco già programmate. Interferenze sgradite ai clan, che potrebbero aver deciso di manifestare il proprio disappunto con un attentato che ad alcuni investigatori appare come un guanto di sfida alla magistratura. Un modo per dire "Qui comandiamo noi e lo facciamo come ci pare". Ipotesi inquietanti, ma che chi lavora in Calabria ha imparato a tenere seriamente in considerazione.
ATTO TERRORISTICO

Nel frattempo, la famiglia di Matteo Vinci chiede giustizia e attenzione per un territorio (e una popolazione) che dalle istituzioni si sente abbandonata. "Quello contro Matteo è un atto di matrice terroristico-mafiosa" dice il legale della famiglia Vinci, Giuseppe Antonio De Pace che tuona "hanno pagato l'aver voluto difendere i propri diritti dalle pretese e dall'arroganza dei mafiosi. Qui non è in discussione l'incolumità di questa o quella persona, ma della collettività in generale. E questo deve essere tenuto in conto dalle istituzioni". Per De Pace " Come il modesto imprenditore, Libero Grassi, negli ultimi decenni del '900 in Sicilia, Matteo Vinci è il resistente del nostro tempo alla protervia mafiosa in Calabria. Il Presidente della Repubblica, il Ministro degli Interni, devono dare segnali forti contro il potere e il sistema mafioso. A nome della famiglia Vinci, e della Comunità, chiedo che si celebrino a Limbadi i funerali di Stato" .
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