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"Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere"

VENEZIA - "Voglio parlarti, capire perché tu mi voglia uccidere, visto che sono negra. Sono impaurita, non perché io abbia paura di essere uccisa, ma mi spaventano le ragioni per cui verrei uccisa. Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della sua pelle?". Leaticia Ouedraogo, 20 anni, originaria del Burkina Faso, è una studentessa di lingue al Collegio internazionale di Ca' Foscari, e questo è uno dei passaggi più intensi della lettera che ha idealmente spedito al "mio coetaneo razzista e fascista". L'ha pubblicata pochi giorni fa nel blog studentesco Linea 20 dopo che nel bagno dei maschi della biblioteca universitaria alle Zattere, dove lavora, è apparsa una scritta che inneggiava al duce e a Luca Traini, l'uomo che a Macerata ha sparato a caso contro persone di colore: "Uccidiamoli tutti 'sti negri", con il simbolo della svastica.
"Mi sono immaginata un ragazzo della mia età chiedermi la tessera per la biblioteca, e poi andare in bagno a scrivere quelle frasi, e mi sono chiesta: perché?". È una lettera che inizia con un dialogo tra lei e il fratellino di 8 anni, apostrofato come negher da due compagni di classe. "Doveva essere un insulto. Magari credono di essere migliori di te perché loro sono bianchi. Ma tu non ci devi credere, perché non è vero. La prossima volta che te lo dicono, tu rispondi che sei fiero di essere negro. Capito?", scrive la studentessa, rivolgendosi al fratellino.
Arrivata in Italia a 11 anni, a Bergamo insieme alla madre per raggiungere il padre, in prima media Leaticia ha dovuto rispondere alle prime strane domande dei suoi compagni. "Ma sei arrivata con il barcone?". Oppure: "Ma tu sei una bambina in regola?". Negli anni del liceo, mentre aspettava l'autobus per tornare a casa, è capitato che le si avvicinassero uomini tre volte più grandi di lei per offrirle un passaggio. Sfregando il pollice e l'indice. "Mi scambiavano per una prostituta. Allora io rispondevo a voce alta, tutti sentivano e loro si vergognavano da matti".
La sua arma per difendersi dal razzismo, racconta la ragazza, che da due anni vive a Venezia, è sempre stata l'ironia. "In qualche modo mi ha reso immune al razzismo". Almeno lo credeva. La scritta trovata nel bagno della Biblioteca, vergata a pennarello in un luogo di cultura da qualche suo coetaneo, è stata come uno schiaffo: "Uccidiamoli tutti". La lettera di Leaticia è la risposta di una ventenne all'odio. "L'ho scritta di getto, non pensavo che potesse avere questa attenzione", spiega dopo che il suo intervento è stato condiviso da migliaia di lettori, soprattutto studenti.
Una lettera scritta pensando a quel che è successo a Macerata, pensando a suo fratello. "A otto anni, come si rielabora il razzismo? E io, da sorella maggiore, come lo semplifico il razzismo per un bambino ingenuo?", si interroga. Non le fanno paura le persone, i mostri che le abitano sì. Finiti gli studi a Venezia Leaticia ha un sogno, al quale si sta applicando con sacrificio: lavorare nelle relazioni internazionali, costruire un progetto che possa aiutare i ragazzi di origine africana a realizzarsi, come sta facendo lei.
La sua lettera si chiude con queste parole: "Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri". Chissà se il suo coetaneo razzista avrà avuto il coraggio di leggerla tutta fino alla fine.
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