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Dj Fabo, i giudici del processo a Cappato: "Libert? di decidere come e quando morire", a prescindere dalla malattia

La "libertà" dell'individuo "di decidere quando e come morire", riconosciuta da alcuni articoli della Costituzione e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, vale a prescindere dalle condizioni di salute e, quindi, non è legata necessariamente a uno stato di malattia irreversibile o meno.
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E' questo - come emerge dall'ordinanza che sospende a Milano il processo al radicale Marco Cappato e come chiarito da fonti giudiziarie - il principio enunciato dalla Corte d'Assise che ha trasmesso gli atti alla Consulta sollevando la questione di illegittimità costituzionale di parte del reato di istigazione e aiuto al suicidio nel caso di dj Fabo, il quarantenne Fabiano Antoniani che ha scelto di andare a morire in Svizzera dopo essere rimasto costretto a letto in seguito a un grave incidente.
La Corte parla di un "diritto a morire" a prescindere dalle condizioni della persona e va oltre la tesi dei pm che avevano chiesto prima l'archiviazione e poi l'assoluzione di Cappato riferendosi al diritto a morire "con dignità" in "situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso".
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Nell'ordinanza, tra l'altro, gli stessi giudici criticano l'unica sentenza della Cassazione, che risale al '98, su un caso analogo di aiuto al suicidio e che definì le condotte di "agevolazione" al suicidio - come quella messa in atto da Cappato quando accompagnò Fabo in macchina - come punibili al pari di quelle di istigazione, con una "considerazione del suicidio come fatto riprovevole". Diversa la lettura della Corte milanese che insiste, invece, sulla libertà di autodeterminazione e, dunque, sulla libertà di scegliere di morire.
Due sentenze su un altro caso di aiuto al suicidio, poi, una di primo grado del Tribunale di Vicenza e l'altra della Corte d'Appello di Venezia sono arrivate ad assolvere un imputato che aveva portato una donna a morire in Svizzera, spiegando, in sostanza, che il solo accompagnamento non agevolò l'esecuzione del suicidio assistito. Per i giudici milanesi, invece, la norma c'è e punisce qualsiasi forma di aiuto, anche l'accompagnamento, ma è incostituzionale. Da qui gli atti alla Consulta.
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