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Pestata dal compagno, in ospedale lancia un appello: "Ho il terrore che ritorni, aiutatemi ad andare via"

Pestata dal compagno, in ospedale lancia un appello: "Ho il terrore che ritorni, aiutatemi ad andare via"
Martina Murgile
Era stata pestata a sangue dal compagno di 44 anni, nella loro casa di Macomer (Nuoro), venerdì scorso, e dal letto dell'ospedale lancia un appello: "Aiutatemi a ricostruire la mia vita - dice con un filo di voce - voglio scappare da Macomer per tornare nella mia terra, ma sono invalida, non ho una casa, non ho parenti, non ho soldi". Al suo capezzale le donne di un'associazione di Macomer e il Centro antiviolenza di Onda Rosa di Nuoro. "Non so se il mio compagno è stato arrestato - ripete in continuazione la donna - sono terrorizzata che possa di nuovo avvicinarsi a me".
Martina Murgile, 40 anni originaria della Lombardia, ha deciso di rivelare tutta la sua storia e il suo sogno all'agenzia Ansa, ancora ricoverata in gravi condizioni nel reparto di Neurochirurgia e in attesa di subire vari interventi chirurgici.
Francesco Falchi, disoccupato di 44 anni, il compagno che la ha quasi uccisa di botte si trova invece in stato di arresto, convalidato dal giudice.
Una storia drammatica quella di Martina, già vittima di maltrattamenti da una precedente unione. "Sono invalida per dei danni alle vertebre subiti dai maltrattamenti di un precedente matrimonio, ora non so come farò a rialzarmi", racconta ancora.
E, tra le lacrime, spiega come sono andati i fatti venerdì scorso. "A metà mattinata mi ha costretta a bere dell'acido muriatico minacciandomi e dicendomi che se non lo avessi bevuto me lo avrebbe buttato in faccia. Ho bevuto un piccolo sorso riuscendo a sputarlo subito ma mi sono rovinata la bocca. Poi mi sono addormentata, è stato lì che mi ha raggiunta e aggredita a calci e pugni. Non avevamo litigato, non conosco il motivo per cui mi ha colpita".
Appena le condizioni di salute lo consentiranno la donna sarà trasferita a Sassari per una ricostruzione maxillofacciale e per altri interventi al cavo orale. Subito dopo la donna verrà presa in carico in una casa rifugio. Ma lei vuole una speranza di vita per il dopo. "Chiedo che qualcuno mi aiuti perché non posso lavorare a causa della mia disabilità", conclude la donna, che chiede che venga pubblicata la sua foto affinché tutti possano vedere la gravità delle violenze vissute e per sensibilizzare le istituzioni ad intervenire in casi come il suo prima che avvengano i femminicidi.
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