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Acquisto di (finti) blindati a Kabul, si aggrava posizione di 5 ufficiali: contestato il peculato militare

ROMA - Si aggrava la posizione dei cinque ufficiali sotto processo per aver acquistato in Afghanistan veicoli corazzati (per il trasporto delle personalità italiane, premier compreso) non conformi agli appalti. Nel corso dell'udienza svoltasi il 9 gennaio presso il Tribunale Militare di Roma l'imputazione è stata modificata dal procuratore Marco De Paoli da truffa in peculato militare. Il che vuol dire che raddoppiano le pene previste: il reato prima contestato, la truffa, prevedeva condanne da 1 a 5 anni, con il nuovo capo di imputazione passano da 2 a 10 anni.
• UNA STORIA TORBIDA, DUE UFFICIALI SI SONO SUICIDATI

Si tratta di una storia torbida che scaturisce dal suicidio di un ufficiale, il capitano Marco Callegaro, Capo Cellula Amministrativa Italfor in Afghanistan avvenuta a Gabul il 25 luglio 2010. E che ruota intorno al noleggio di tre veicoli commerciali destinati all’Italian Senior Officer (il militare più alto in grado in Afghanistan), e alle autorità politiche italiane in visita nel teatro militare. Quasi centomila euro per l’affitto semestrale dei mezzi, tra il 2009 e il 2010.
In questa vicenda si registra un secondo suicidio, quello del colonnello Antonio Muscogiuri avvenuto nell'aprile scorso: l'ufficiale aveva scoperto che i certificati di blindatura di quei mezzi era contraffatto. Poi però aveva anche lui dato il via ai pagamenti. Prima del suo coinvolgimento, si è ucciso. Due morti che finiscono col racchiudere una vicenda complessa e dai molti angoli ancora oscuri da illuminare.
• FORNITORE, UN IMPRENDITORE VICINO AI TERRORISTI TALEBANI

A fornirli, una ditta afghana che fa capo a un individuo considerato vicino ad ambienti terroristici. Secondo alcune informazioni raccolte dalla nostra intelligence, l'imprenditore Ali Mohammad Bafaiz, che ha riempito il suo profilo facebook di foto con armi e soldati italiani, sarebbe in qualche modo collegato ai talebani. La traccia sarebbe in alcuni conti correnti sospetti da lui utilizzati. Su di lui è stata aperta un'inchiesta dalla procura ordinaria di Roma.
• RAGGIRO DA 6,3 MILIONI: RUBATE LE PROVE

Per i magistrati militari Bafais, grazie alla complicità di militari italiani, si sarebbe intascato 35.364 euro, ovvero la differenza tra i veicoli normali e quelli blindati. Ma il volume del raggiro avrebbe avuto contorni molto più ampi se solo si fossero trovati i documenti. La ditta afgana, infatti, ha continuato a noleggiare al nostro contingente altre 63 autovetture per un totale di 6,3 milioni di euro. Peccato però che tutta la documentazione, in particolare quella relativa ai collaudi, sia stata distrutta o rubata.
Quando i pm militari ne hanno chiesto copia al comando Italfor in Afghanistan, gli è stato risposto che non si trovava più. È stata aperto subito un fascicolo per furto di documenti, ma l'inchiesta s'è dovuta fermare, per mancanza di documentazione, all'acquisto di soli tre veicoli.
• CHI SONO GLI UFFICIALI INDAGATI

Gli ufficiali della missione Italfor sotto processo che, tra il giugno 2009 e il luglio 2010, hanno gestito una commessa di blindati con l'afgano Alì Mohammad Bafaiz sono Pasquale Napolitano, Giuseppe Rinaldi, Ignazio Orgiu, Amedeo De Maio, Sergio Walter Li Greci. Nella lista degli indagati c'era anche il colonnello Antonio Muscogiuri, 50 anni, comandante Italfor a Kabul nel 2010, che però si è impiccato il 6 aprile scorso nel sottotetto del Comando truppe alpine di Bolzano.
I sei ufficiali avrebbero taciuto il dato della difformità del livello di blindatura di tre veicoli commerciali destinati al generale Italian Senior Officer, cioè l'ufficiale italiano più alto in grado in Afghanistan, rispetto alle caratteristiche pattuite nel contratto di noleggio con la ditta afgana. La procura precisa che quei veicoli (con le blindature inadeguate) avrebbero dovuto servire per trasportare in Afghanistan anche le personalità italiane in visita: alte gerarchie delle Forze Armate, politici, potenzialmente anche esponenti del governo compreso il presidente del Consiglio.
• DA TRUFFA A PECULATO, ECCO IL PERCHÈ DEL CAMBIO DEL REATO

L'intera pratica incriminata - corredata da un certificato di blindatura contraffatto - venne curata dagli uffici amministrativi di Kabul dove Callegaro lavorava. I fatti risalgono al maggio del 2010, quando gli uffici amministrativi del contingente italiano contestarono formalmente alla ditta di noleggio afgana il carente livello di blindatura dei tre mezzi. Nonostante ciò, qualche tempo dopo dagli stessi uffici arrivò il via libera al pagamento delle fatture per il noleggio delle tre vetture: quasi centomila euro per cinque mesi, dal primo marzo al 31 luglio 2010.
Così facendo - si legge negli atti giudiziari - gli indagati avrebbero procurato alla ditta afgana l'"ingiusto profitto" di 35.000 euro, pari al maggior canone pagato per il noleggio di tre veicoli con la blindatura non conforme a quanto pattuito, provocando un danno corrispondente all'amministrazione militare.
Ecco perchè è stato cambiato il capo di imputazione in corso di udienza. Affinchè si configuri il reato di truffa occorre che ci sia una vittima del reato, opvvero lo Stato. Ma in questo caso l'acquisto fu portato a ocmpimento dagli stessi rappresentanti dello stato che non possono dunque aver perpetrato una truffa ai danni di se stessi. Il reato è dunque peculato essendo stati distratti soldi pubblici.
• I COLLAUDI FURONO FALSIFICATI E I DOCUMENTI DISTRUTTI

Pratica, corredata da un certificato di blindatura contraffatto, che venne curata proprio dalla cellula degli uffici amministrativi di Kabul di cui Callegaro era a capo. E che aveva contestato formalmente alla ditta afgana fornitrice del noleggio il carente livello di blindatura nel maggio 2010, due mesi prima della nota sull'agenda di Callegaro.
Nonostante quella contestazione, dagli stessi uffici qualche tempo dopo arrivò comunque il via libera al pagamento delle fatture per il noleggio dei tre blindati: quasi centomila euro per cinque mesi, dall'1 marzo al 31 luglio 2010. Così facendo, è l'ipotesi sostenuta dagli inquirenti, gli ufficiali indagati avrebbero procurato alla ditta afgana un "ingiusto profitto" per 35.000 euro, la cresta equivalente alla blindatura inferiore al pattuito, provocando il danno corrispondente all'amministrazione militare.
• I PRIMI DUBBI DEL COLONNELLO MUSCOGIURI

Il colonnello Antonio Muscogiuri scoprì però che il certificato di blindatura di quei mezzi era contraffatto: indicava un livello B7 (anti-bomba), mentre nella realtà era un B5 (anti-kalashnikov). Protestò con l'imprenditore afgano e nel maggio 2010 firma tre verbali di collaudo in cui mette nero su bianco la difformità tra il contratto e quanto ricevuto.
Nel frattempo il tenente colonnello Pasquale Napolitano fu informato dal capo cellula Italfor di Kabul che quella ditta era nella black list, perché il suo titolare Alì Bafaiz è un uomo di cui non ci si può e non ci si deve fidare. "Commercialmente poco affidabile". C'erano tutti gli estremi per rescindere il contratto e chiudere definitivamente ogni collaborazione con Bafaiz. Eppure, questo non avvenne. Anzi, accadde il contrario.
• IL CAMBIO DI COMPORTAMENTO DEL COLONNELLO MUSCOGIURI

Il 29 giugno 2010 Muscogiuri, lo stesso che si è accorto della truffa di Bafaiz, scrisse al Cai-I di Herat di non voler "dare seguito al contenzioso". La ditta afgana fu quindi pagata con 97.290 euro. Muscogiuri, inizialmente il più scettico, sottoscrisse anche una "dichiarazione di buona provvista" per la spesa effettuata, come a dire che tutto era andato per il meglio.
Non solo. Il 19 luglio seguente vistò di suo pugno cinque verbali di collaudo in cui sconfessava quello che aveva scritto prima: le macchine a noleggio di Bafaiz avevano la blindatura giusta, come correttamente riportato nel contratto.
• IL GIUDICE NON AMMETTE LA VEDOVA CALLEGARO PARTE CIVILE

Nonostante tutta la vicenda, come si legge negli atti giudiziari, fosse "collegata in maniera univoca e diretta con la morte per suicidio del capitano Callegaro", il giudice, nell'udienza dell'estate 2017, ha ritenuto di non accogliere fra le parti civili la vodova dell'ufficiale. La donna, attraverso il suo legale, sosteneva che se non ci fosse stato il peculato suo marito - che secondo lei si sarebbe ucciso perché coinvolto in quella storia illegale - sarebbe ancora vivo. E per questo si riteneva danneggiata dal reato.
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