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Trattativa Stato-mafia, il pm Di Matteo: "Scalfaro ha detto il falso"

“Sulla fotocopia del papello consegnata da Massimo Ciancimino non è stata rilevata alcuna manomissione dalla polizia scientitica", dice il pubblico ministero Nino Di Matteo, proseguendo la requisitoria nel processo "Trattativa Stato-mafia". E' rimasto senza nome l'autore del documento, "ma le analisi tecniche - prosegue il magistrato - hanno appurato che la carta risale a un periodo databile fra il 1986 e il 1990, mentre la tecnica della fotocopiatura è quella della fusione a caldo, che riporta al periodo fine anni Ottanta-metà anni Novanta”. Dunque a un'epoca compatibile con il 1992, in quell'anno, hanno sostenuto Ciancimino ma anche altri pentiti, Riina avrebbe scritto "un papello di richieste per fermare le stragi" consegnandolo a uomini delle istituzioni, gli ufficiali dei carabinieri Mori e De Donno, imputati nel processo in corso.
Nella ricostruzione di Nino Di Matteo, che tiene la requisitoria con i colleghi Roberta Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, "ci sono anche elementi di riscontro al contenuto del papello". Il documento parla di "annullamento del decreto legge sul 41 bis". "E tale, dopo le stragi, era", commenta Di Matteo. Il papello parla anche della possibilità di ampliare ai mafiosi i benefici previsti per i dissociati delle Brigate Rosse. "Proprio nel 1992 si discuteva di dissociazione dei mafiosi e dell'eventualità di creare all'interno di alcune carceri delle apposite aree di detenzione, ce l'ha detto l'allora capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Edoardo Fazioli - ricorda il pubblico ministero - Il pentito Gaspare Mutolo ci ha invece riferito del disappunto di Paolo Borsellino per quella eventualità".
Sulla fotocopia del "papello" consegnata da Ciancimino c'era un post-it. "Consegnato spontaneamente al colonnello Mori". Dice Di Matteo: "La grafia è quella di Vito Ciancimino. Per la Scientifica, la carta risale a un periodo fra il 1986 e il 1990".
Trattativa Stato-mafia, il pm Di Matteo: "Scalfaro ha detto il falso"

La fotocopia del "papello" consegnata ai pm da Massimo Ciancimino
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LE INTERCETTAZIONI DI RIINA
Per la procura, un elemento importante di accusa è nelle stesse parole del capo dei capi di Cosa nostra, captate in carcere. Dice Di Matteo: "Il boss mafioso Totò Riina non era consapevole di essere intercettato nello spazio esterno del penitenziario in cui era detenuto".
"Se Riina fosse stato consapevole o avesse avuto un sospetto serio, non avrebbe parlato così a lungo e approfonditamente di quasi tutti gli omicidi di cui si è reso protagonista e non si sarebbe vantato, con profili di autoesaltazione che stridono con la durezza del racconto delle stragi e di omicidi eccellenti. Inoltre, non avrebbe parlato tante volte dei suoi congiunti, della moglie e dei figli".
Le intercettazioni di Riina furono fatte dagli investigatori della Dia nel carcere milanese di Opera, nel 2013. "Se avesse saputo di essere intercettato - prosegue il pm Di Matteo - Riina non avrebbe parlato così approfonditamente di suo nipote Giovanni Grizzafi e delle aspettative che nutriva rispetto alla prossima scarcerazione di Grizzafi, che gli avrebbe permesso di tessere le fila di tante situazioni. Se avesse avuto un serio sospetto di essere intercettato nello spazio esterno del carcere non avrebbe mai parlato di beni patrimoniali riconducibili alla sua famiglia. In alcuni momenti delle conversazioni con Lorusso parla di beni che ha nella disponibilità di cui nessuno aveva sospettato".
"Inoltre - dice ancora il pm Di Matteo - se sospettava di essere intercettato, Riina non avrebbe sollecitato l'eliminazione di uno dei pm del processo". Era proprio Di Matteo il magistrato di cui parlava Riina. Diceva così: "Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono... Ancora ci insisti? Perché, me lo sono tolto il vizio? Inizierei domani mattina... Minchia ho una rabbia... Sono un uomo e so quello che devo fare, pure che ho cento anni".
Nelle intercettazioni, Riina parlava anche della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta. Per Riina fu "una mangiata di pasta". Il capo dei capi parlava anche dei boss Graviano: "Avevamo Berlusconi".
LE DICHIARAZIONI DI CIANCIMINO JR
«Per quanto riguarda l'accusa di calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro - è la tesi della procura - Massimo Ciancimino è colpevole e secondo noi non merita le attenuanti generiche. Perchè non è plausibile che, rispetto alla consegna di un documento così importante, non abbia la contezza delle precisa identità di chi glielo ha fornito dandogli anche le indicazioni su cosa riferire ai magistrati". Di Matteo non fa sconti a Ciancimino a proposito di quel biglietto in cui il nome De Gennaro era addirittura cerchiato.
Questa "correzione" sarebbe stata aggiunta da Vito Ciancimino, era stata la versione data dal figlio ai magistrati di Palermo. Che, però, hanno successivamente accertato la non veridicità del documento, arrestando il figlio dell'ex sindaco per calunnia. "Massimo Ciancimino ha fornito piena confessione del fatto in questo processo - dice ancora Di Matteo - ma così come è colpevole di calunnia e non merita le attenuanti generiche, allo stesso modo è per noi credibile su altri fronti della trattativa e ha il merito di avere sollecitato i ricordi e risvegliato la memoria di tanti che fino ad allora avevano taciuto. Come ad esempio la dottoressa Ferraro, Luciano Violante ed altri".
TESTIMONI IN RITARDO
Pesanti le considerazioni di Nino Di Matteo sul testimone Liliana Ferraro, magistrato che prese il posto di Falcone all'Ufficio Affari penali del ministero della Giustizia. "Ha riferito ai magistrati dati di estrema importanza solo dopo un'intervista dell'ex ministro Claudio Martelli". Liliana Ferraro ha parlato con anni di ritardo della visita dell'allora capitano De Donno, che chiedeva una "copertura politica" per l'operazione Ciancimino (il dialogo segreto con l'ex sindaco). Era un mese dopo la strage di Capaci, la Ferraro rimandò l'ufficiale ai magistrati di Palermo. Poi, il 28 giugno, parlò del Ros e di Ciancimino a Borsellino, che le disse: «Ci penso io». Ne parlò anche con Martelli. Dopo la strage Borsellino, Liliana Ferraro incontrò gli ufficiali del Ros a casa sua, durante una cena. "Ma non si parlò di Ciancimino", ha sempre sostenuto. Il pm Di Matteo insorge: "Com'è possibile che dopo tutto quello che era accaduto ai suoi amici, Falcone e Borsellino, non abbia chiesto nulla su una questione così importante?".
Con ritardo è arrivata anche la deposizione di Luciano Violante. Solo dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, nel 2008, l'ex presidente della commissione antimafia si è presentato alla procura di Palermo per riferire di un incontro con il generale Mori. L'ufficiale chiedeva un'audizione in Antimafia per Vito Ciancimino. "Violante chiese se di quegli incontri con l'ex sindaco aveva parlato con l'autorità giudiziaria. Lui rispose in maniera netta: 'No, è stata tenuta all'oscuro, perché si tratta di un discorso politico'". E, all'epoca, neanche Violante ritenne di dovere informare l'autorità giudiziaria. Le sue dichiarazioni sono adesso un caposaldo dell'atto d'accusa della procura: "Mori chiedeva un incontro riservato per Ciancimino", dice Di Matteo.
IL RUOLO DI SCALFARO
"Dopo la strage di Capaci, anche sull'onda emotiva di questo evento, viene eletto presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che con il suo attivismo e le sue decisioni non si è limitato al suo ruolo di arbitro. Anzi, è stato il principale attore delle decisioni che in questo processo abbiamo dimostrato: la nomina di Mancino al posto di Scotti, quella del nuovo direttore del Dap e di Conso al ministero della Giustizia al posto di Claudio Martelli. Il ruolo di Scalfaro nell'avvicendamento tra Scotti e Mancino ha fatto emergere evidenti reticenze e falsità delle dichiarazioni del presidente Scalfaro, sentito da questa Procura nel 2010". Il pubblico ministero Di Matteo affronta uno dei capitoli più delicati dell'atto d'accusa.
"Scalfaro addirittura dichiarò di non sapere nulla dell'avvicendamento al Dap tra Amato e Capriotti. Ci disse anche che non aveva mai saputo nulla della connessione tra il 41 bis e gli episodi stragisti". Secondo Di Matteo "la falsità delle dichiarazioni di Scalfaro" viene dimostrata anche da ciò che ha dichiarato un altro ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 28 ottobre 2014: "Dopo gli attentati del 1993 i discorsi tra le più alte cariche istituzionali dello Stato - ha ricordato Di Matteo le parole di Napolitano a verbale - era chiaro che quelle bombe corrispondevano a un ricatto dell'ala corleonese di Cosa nostra". L'accusa sostiene che la strategia per addivenire ad un accordo era quella di spostare l'asse politico verso un'altra corrente - quella della sinistra democristiana- a cui apparteneva il ministro Mannino che era stato tra i fautori della linea del dialogo.
"Per fare questo era necessario - ha aggiunto Di Matteo - spezzare l'asse della fermezza portato avanti dall'azione congiunta dei ministri dell'Interno e della Giustizia, Scotti e Martelli. Di fronte all'intrapresa linea del dialogo - ha sostenuto - non poteva sopportare la presenza di Vincenzo Scotti, principale fautore della linea di fermezza nel contrasto a Cosa nostra, al vertice dell'Ordine pubblico".
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