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Trattativa Stato-mafia, il pm Di Matteo: "Nel papello nessuna manomissione"

Trattativa Stato-mafia, il pm Di Matteo: "Nel papello nessuna manomissione"
Il pm Nino Di Matteo
“Sulla fotocopia del papello consegnata da Massimo Ciancimino non è stata rilevata alcuna manomissione dalla polizia scientitica", dice il pubblico ministero Nino Di Matteo, proseguendo la requisitoria nel processo "Trattativa Stato-mafia". E' rimasto senza nome l'autore del documento, "ma le analisi tecniche - prosegue il magistrato - hanno appurato che la carta del documento risale a un periodo databile fra il 1986 e il 1990, mentre la tecnica della fotocopiatura è quella della fusione a caldo, che riporta al periodo fine anni Ottanta-metà anni Novanta”. Dunque a un'epoca compatibile con il 1992, in quell'anno, hanno sostenuto Ciancimino ma anche altri pentiti, Riina avrebbe scritto "un papello di richieste per fermare le stragi" consegnandolo a uomini delle istituzioni, gli ufficiali dei carabinieri Mori e De Donno.
Per la procura, un elemento importante di accusa è nelle stesse parole del capo dei capi di Cosa nostra, captate in carcere. Dice Di Matteo: "Il boss mafioso Totò Riina non era consapevole di essere intercettato nello spazio esterno del penitenziario in cui era detenuto".
"Se Riina fosse stato consapevole o avesse avuto un sospetto serio, non avrebbe parlato così a lungo e approfonditamente di quasi tutti gli omicidi di cui si è reso protagonista e non si sarebbe vantato, con profili di autoesaltazione che stridono con la durezza del racconto delle stragi e di omicidi eccellenti. Inoltre, non avrebbe parlato tante volte dei suoi congiunti, della moglie e dei figli".
Le intercettazioni di Riina furono fatte dagli investigatori della Dia nel carcere milanese di Opera, nel 2013. "Se avesse saputo di essere intercettato - prosegue il pm Di Matteo - Riina non avrebbe parlato così approfonditamente di suo nipote Giovanni Grizzafi e delle aspettative che nutriva rispetto alla prossima scarcerazione di Grizzafi, che gli avrebbe permesso di tessere le fila di tante situazioni. Se avesse avuto un serio sospetto di essere intercettato nello spazio esterno del carcere non avrebbe mai parlato di beni patrimoniali riconducibili alla sua famiglia. In alcuni momenti delle conversazioni con Lorusso parla di beni che ha nella disponibilità di cui nessuno aveva sospettato".
"Inoltre - dice ancora il pm Di Matteo - se sospettava di essere intercettato, Riina non avrebbe sollecitato l'eliminazione di uno dei pm del processo". Era proprio Di Matteo il magistrato di cui parlava Riina. Diceva così: "Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono... Ancora ci insisti? Perché, me lo sono tolto il vizio? Inizierei domani mattina... Minchia ho una rabbia... Sono un uomo e so quello che devo fare, pure che ho cento anni".
Nelle intercettazioni, Riina parlava anche della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta. Per Riina fu "una mangiata di pasta". Il capo dei capi parlava anche dei boss Graviano: "Avevamo Berlusconi""
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