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Thyssen, lo sfogo dei parenti: "Ancora impuniti i veri responsabili, andremo a stanarli in Germania"

Thyssen, lo sfogo dei parenti: "Ancora impuniti i veri responsabili, andremo a stanarli in Germania"
(agf)
Domani è la notte maledetta. Arriva puntuale ogni anno, a rinfrescare un dolore che non si spegne mai, ma quest'anno è speciale perché ne sono già trascorsi dieci, da quando i loro figli sono morti nel rogo del capannone della Thyssen, a Torino. "I colpevoli, io li maledico per l'eternità", ha detto ieri la mamma di Giuseppe Demasi, Rosi, alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che li ha invitati a ricordare, insieme ai sopravvissuti, con la pièce teatrale "Thyssen. Opera sonora" scritta e interpretata da Ezio Mauro (in scena il 6 all'Arena del Sole di Bologna, e il 18 al Teatro Leonardo di Milano).
"Ora vogliamo andare in Germania a stanare l'amministratore delegato e il direttore generale, entrambi tedeschi: sono ancora liberi - dice Rosi al termine della cerimonia - e non sappiamo come andrà a finire. Ma non molliamo. Gli stiamo dietro. Appena la Germania avrà un governo, con la Merkel o con chi prenderà il suo posto, andremo a chiedere com'è possibile che ritenendosi tanto progrediti abbiano arrestato subito e senza processo un ragazzino italiano per le proteste al G20 di Amburgo, e invece lascino liberi questi due assassini riconosciuti dopo cinque sentenze di condanna in Italia. Questo mi fa molto arrabbiare".
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"A rivivere il ricordo della notte della tragedia ho pianto", continua la mamma di Demasi, l'operaio 26enne che morì dopo un'agonia durata più di tre settimane, ripensando al testo dell'opera di Mauro nata dal reportage che scrisse dieci anni fa, da direttore di Repubblica, raccogliendo la testimonianza struggente del sopravvissuto Giovanni Pignalosa: "Mi scoppiava il cuore, per quello che ho sentito su mio figlio e sugli altri ragazzi trasformati in torce umane. Avevamo già visto questo spettacolo: è doloroso, sapevamo cosa avremmo rivissuto ma all'invito della Boldrini non potevamo dire no: la nostra presenza è un monito contro le morti sul lavoro". Morti che purtroppo sono tornate ad aumentare: "Dopo un lungo periodo in cui incidenti e decessi erano diminuiti - ha ricordato la presidente Boldrini - nei primi nove mesi di quest'anno sono aumentati. I dati dell'Inail parlano di un + 0,1% di infortuni e di un +2,1% di morti. Dobbiamo lavorare perché una tragedia come quella della Thyssen non avvenga mai più".
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Perché "l'incidente", quel getto d'olio infuocato che ha travolto sette operai in una fabbrica già dichiarata morta, in attesa dello smantellamento imminente, "non è stato un semplice incidente tecnico: è uno scandalo della democrazia", dice Ezio Mauro restituendo a quel dramma che scosse l'Italia il suo significato simbolico: "A Torino abbiamo visto un anticipazione di cosa fosse la crisi industriale, e questi dieci anni sono gli stessi del declino della siderurgia".
La vicenda giudiziaria, almeno in Italia, si è conclusa a maggio dello scorso anno con la conferma delle condanne ai sei dirigenti indagati. "Ma non siamo contenti, e non solo perché i due tedeschi sono ancora liberi: non lo siamo neppure per le condanne degli italiani, che non stanno scontando davvero la pena. Due sono insieme in una struttura protetta, altri due escono ogni giorno per andare a lavorare", dice ancora Rosi Demasi. "Sì - spiega Antonio Boccuzzi, il sopravvissuto divenuto deputato - i due tedeschi, l'ad Herald Espenhahn condannato a 9 anni e il direttore generale Gerald Priegnitz, condannato a sei anni, sono liberi nonostante le condanne inflitte in Italia. La Germania deve ancora valutare l'esito del processo, e in ogni caso la loro pena sarà quanto meno ridimensionata: lì l'omicidio colposo prevede un massimo di cinque anni".
E allora è impossibile considerarla conclusa, questa vicenda dolorosa, e affidarla alla storia sciagurata del nostro declino industriale. "Abbiamo ancora l'amaro in bocca, hanno pagato solo i più deboli", dice Giovanni Pignalosa, l'operaio che quella notte si salvò perché stava lavorando su una gru, e che fu il primo ad accorrere per accompagnare fuori dallo stabilimento le anime in fiamme che barcollavano chissà come, senza sentire il dolore perché le terminazioni nervose erano bruciate anche loro. "Mi sono rimaste scolpite dentro, quelle urla disperate. Soprattutto le prime che ho sentito, quelle di Antonio Schiavone. Ho provato a cercare su Internet qualcosa di simile, ma non esiste nulla al mondo di così terribile. Sarei ipocrita se dicessi che oggi, dopo dieci anni, non dormo o vedo i mostri; ma sono ricordi che non potrò scordare mai".
Passano gli anni, non il dolore né la rabbia. "Mio figlio - racconta Rosi Demasi - mi aveva detto: mamma, è tutto abbandonato, prima o poi qui scoppia tutto... Le norme di sicurezza dovevano essere rispettate fino all'ultimo giorno, anche se la fabbrica stava chiudendo. C'erano profitti milionari, ma per non spendere qualche centinaio di migliaia di euro hanno ammazzato 7 persone. Hanno voluto rischiare. Al processo i tedeschi avevano occhi come il ghiaccio, ma gli italiani sono stati anche peggio... Cosimo Cafueri, l'ex responsabile della sicurezza, piangeva e chiedeva che non lo mandassero in prigione. E anche il manager Daniele Moroni si è messo a piangere dicendo che aveva tre figli e voleva continuare a godersi la sua famiglia... Ecco, io di figli ne avevo due, e uno me l'hanno ammazzato loro". "Mamma, non ci hanno chiesto scusa perché hanno sempre saputo di essere colpevoli. E' colpa loro se sono morti, e lo sanno bene", si sfoga Laura, sorella di Giuseppe Demasi.
"Mio figlio - dice Grazia, mamma di Rosario Rodinò - lo portarono al San Martino di Genova: siamo rimasti tredici giorni ad aspettare che morisse. Sapevamo che non c'erano speranze, ma ci dicevamo... ecco, è rimasto vivo per farci vivere quest'ultima vacanza insieme in Liguria. In ospedale venne Marco Pucci, uno dei condannati: voleva vedere mio figlio, io gli dissi di no. Ma forse ho sbagliato, forse avrebbe capito davvero cosa avevano combinato".
"Mio figlio, invece - racconta Rosa Murdocco, mamma di Bruno Santino -, è morto il giorno dopo il ricovero. Non vedeva l'ora di licenziarsi, alla fine del turno: aveva deciso di aprire un bar con la sua ragazza. Mi diceva: mamma, tu non dovrai più lavorare. Invece da dieci anni io e suo padre siamo tutti i giorni davanti al cimitero, già prima che apra. E ora che arrivano queste maledette feste sarà ancora più dura".
"Nessuno dei condannati - dice ancora Rosi Demasi - ha avuto la faccia per venire a dirci: abbiamo sbagliato, non avremmo voluto che accadesse. Non ci hanno mai chiesto scusa. Ma il perdono lo chiedano pure a Dio, non a noi. Tanto neanche lui li perdonerà".
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