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Torino, divieto perpetuo di insegnamento al prof che chiese sesso a una studentessa in cambio della lode

Torino, divieto perpetuo di insegnamento al prof che chiese sesso a una studentessa in cambio della lode

Non potrà mai più insegnare Luca Sgarbi, il professore di diritto del Lavoro all'Università di Torino, condannato questa mattina a 11 mesi di carcere per tentata concussione ai danni di una studentessa e di detenzione di materiale pedopornografico. Il giudice per l'udienza preliminare, Stefano Vitelli, infatti ha stabilito come pena accessoria quella dell'interdizione perpetua da “qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché da qualsiasi ufficio o servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate abitualmente da minori”.
La pena, anche in virtù della scelta del rito abbreviato è stata ridotto di oltre due anni rispetto a quella chiesta dal pm, Gianfranco Colace, (che aveva chiesto tre anni di carcere), ma il gup ha aggiunto l'interdizione dai pubblici uffici per un anno. L'uomo era stato arrestato l'11 novembre 2016 con l'accusa di aver chiesto favori sessuali e foto hard a un'allieva in cambio di una laurea con il massimo dei voti.
In particolare, la studentessa aveva denunciato il suo professore e relatore di tesi perché turbata dal tenore dei messaggi in chat che Sgarbi le aveva mandato l'estate scorsa, poco prima della discussione. Lo aveva denunciato prima al garante interno dell'università torinese e poi in procura. Non sarebbe stata la sola, secondo l'accusa, ad aver subito un approccio "poco consono" per un docente: anche altre ragazze avrebbero ricevuto attenzioni, segno di un atteggiamento un po' troppo disinvolto da parte del docente. Ma sarebbe comunque l'unica ad essere stata vittima di un comportamento illecito tanto da configurare un'ipotesi di reato.
In udienza Sgarbi, difeso dall'avvocato Mauro Ronco, aveva respinto ogni accusa e aveva spiegato che si era trattato di "semplice infatuazione". Lo stesso perito del giudice aveva aggiunto che il professore nel momento in cui ha commesso il fatto era seminfermo di mente. La giovane vittima era stata risarcita all'apertura del processo e per questo non si è costituita parte civile. "È una pena mite, che riflette la scarsa gravità del fatto - dice l'avvocato Simona Grabbi, che con il collega Ronco difende il professore - Non si è trattato comunque di un ricatto. Leggeremo le motivazioni e valuteremo se fare ricorso". Resta da capire cosa deciderà ora l'università, che all'inizio della vicenda aveva sospeso il professore annunciando il massimo rigore. “Aspettiamo di vedere le motivazioni della sentenza” fanno sapere dall'ateneo.
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