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Franco Furlan: "Rivivo l’incubo di Tortona, vorrei dimenticare tutto ma ora non ? pi? possibile"

Franco Furlan: "Rivivo l’incubo di Tortona, vorrei dimenticare tutto ma ora non ? pi? possibile"
Franco Furlan
TORTONA (AL). "È stato mio fratello Alessandro, stamattina, a dirmi quello che era successo. Quello che era successo di nuovo". Franco Furlan fa fatica a dire cosa sia successo. Dalla sua bocca le parole "sassi dal cavalcavia" non escono mai, neanche una volta, neanche per sbaglio. Eppure proprio quella è la locuzione che gli è stata accostata più di vent'anni fa, quando Maria Letizia Berdini è morta e lui è finito in carcere. Franco è il maggiore di otto fratelli, quasi tutti coinvolti in vario modo nell'inchiesta sulla banda della Cavallosa. Oltre a lui sono stati condannati a 18 anni e 4 mesi anche i fratelli Alessandro e Paolo Furlan oltre al cugino Paolo Bertocco. Scarcerati a luglio 2009, dopo 12 anni, grazie a indulto e buona condotta, sono rimasti a vivere a Tortona, in appartamenti vicini nelle case popolari, indifferenti al giudizio della gente, cercando di rifarsi una vita in una città che cerca di dimenticare. Anche Franco, 50 anni, sta provando a lasciare indietro il passato. Si è sposato con la vicina di casa conosciuta quando gli sono stati concessi i domiciliari e concentra le sue energie nel volontariato, a difesa degli animali maltrattati. Ma gli sforzi si scontrano con la realtà, quando periodicamente un nuovo fatto di cronaca riporta alla mente il ricordo di quel periodo buio.
Qual è stato il suo primo pensiero, quando ha saputo di un'altra donna uccisa da un sasso in autostrada?

"Ho pensato che chi ha fatto un gesto simile ha danneggiato la vita di un altro, la propria vita, ma anche quella della propria famiglia".
È accaduto anche a lei?

"Sì, mio padre dopo quella vicenda si è ammalato ed è morto un anno fa. Anche mio zio ha patito molto. Sono molto grato ai miei genitori di esserci stati sempre molto vicini. Soprattutto mia madre quando ha potuto è sempre venuta a trovarci in carcere, anche se per lei era lontano".
E con i suoi fratelli?

"All'inizio è stato difficile, ci siamo allontanati anche perché io sentivo di essere stato tirato in mezzo in questa storia senza avere colpe. Poi però ho capito che erano state fatte tante scorrettezze durante le indagini e per fortuna ci siamo ritrovati. Non so se sarei riuscito a sopportare il carcere per tutti questi anni se non avessi avuto una famiglia unita".
Un'altra famiglia, quella di Maria Letizia Berdini, unita non sarà mai più e vi rimprovera di non aver chiesto loro scusa.

"Tramite l'avvocato so che le scuse da parte dei miei fratelli sono state fatte, è stata scritta una lettera, ma credo che non siano state accettate. Forse, al posto loro, neanche io sul momento le avrei accettate. Ma adesso è passato molto tempo".
Crede che sia arrivato il momento di ricucire quella ferita da entrambe le parti?

"Probabilmente sì, anche se non sarebbe facile. Per quel che mi riguarda sarei un po' in imbarazzo a chiedere scusa per una cosa che non ho commesso: quella vicenda si è chiusa con una verità processuale che non coincide con quello che è accaduto".
Perché? Cosa è accaduto?

"Esattamente non lo so. Io so solo che il 26 dicembre avevo una serata in una sala da ballo del Cuneese, il Cubo. Io suonavo la chitarra in un'orchestra di liscio. Il maestro che era con me lo testimoniò, ma non fu creduto".
Non parla mai di quella vicenda con i suoi fratelli?

"Quasi mai. Cerchiamo di lasciarcela alle spalle, anche se non è facile. Di quei giorni ricordo tutto. La sera dopo io avevo suonato in un altro locale vicino a casa: quando sono tornato mia madre mi ha detto che erano venuti i carabinieri e dovevo presentarmi in caserma, dove c'erano già i miei fratelli. Io non avevo idea di che cosa dovessero chiedermi".
Non avevate sentito quello che era accaduto sull'autostrada?

"Certo, a Tortona non si parlava d'altro. Era tutto un gridare a quale pena esemplare si sarebbe dovuto condannare il colpevole. Ma io non c'entravo niente e non immaginavo che quel colpevole sarei poi stato io".
Cosa si porta dietro del periodo del carcere?

"Le botte che ho preso. Mi hanno massacrato, mi dicevano "Tu sei quello della Cavallosa". Una volta hanno cercato di pugnalarmi: una guardia mi ha salvato ma ho avuto davvero paura di morire. Dopo quegli episodi, per proteggermi sono stato tenuto due anni in isolamento e lo stesso è toccato ai miei fratelli. Ma il carcere è stato anche un periodo importante perché mi sono messo a studiare, io che avevo solo la terza media".
E quando è uscito è iniziata per lei una seconda vita?

"Più che altro in questi anni ho cercato di riprendermi la mia. Prima del carcere ero nella protezione civile, sono stato impegnato nell'alluvione di Alessandria, ho salvato delle persone e ho estratto dei cadaveri dalle cantine piene di fango. Lavoravo per la società e non pensavo che sarei stato ricompensato in questo modo. Ciononostante anche quando sono uscito ho voluto impegnarmi nel volontariato: mi sono messo in contatto con Bianca Poluzzi di Meta, Movimento etico tutela animali ambiente".
Perché si è orientato sui movimenti animalisti?

"Ho sempre amato gli animali, tenevo anche corsi di equitazione. Poi però è successo che qualcuno ha avvelenato il dalmata che avevo da 16 anni, Sibilla".
Passa qualche volta dal cavalcavia della Cavallosa?

"Quasi mai, solo quando vado a Torre Garofoli, al cimitero da mio padre".
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