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Universit?, insoddisfatto un ricercatore su due. Gentiloni: "Hanno fatto le nozze con i fichi secchi"

ROMA - Dice il premier Paolo Gentiloni, aprendo gli Stati generali delluniversità, che lItalia è ottava al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche. Sono oltre 1,2 milioni i lavori nel periodo 1996-2014. "Tuttavia", dice ancora Gentiloni attingendo a dati del Miur, "se si guarda al rapporto tra numero di pubblicazioni e investimenti in ricerca e sviluppo, lItalia sale al terzo posto della classifica mondiale". Supera anche gli Stati Uniti, "dimostrando unottima capacità di impiego delle risorse".
Il convegno al Centro congressi Angelicum ci saranno Giuliano Amato, giudice di Corte costituzionale, lex ministra Maria Chiara Carrozza, professoressa di robotica alla SantAnna di Pisa, la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso - viene aperto dal presidente del Consiglio con una citazione di Eco e la comparazione tra la lunga crisi italiana (2018-2014) e il sottofinanziamento degli atenei del Paese: "Hanno accompagnato la crisi in modo ancor più marcato". Meno risorse, meno immatricolazioni fino al 2015, "un forte indicatore dello stato di salute di una comunità", troppi abbandoni degli studi. "La seconda potenza manifatturiera dEuropa non può accontentarsi". Gentiloni, allontanando un vecchio mantra sulleccesso di atenei in Italia - 49 università oggi hanno meno di 15.000 studenti ha assicurato: "Ne servono di più. Queste piccole e grandi strutture sono magnete e motore dei territori, attraggono risorse e li spingono in avanti".
Per questo mondo che ha smesso di essere ascensore sociale dei giovani di famiglie a basso reddito, "abbiamo iniziato a invertire la rotta, a mettere risorse sul diritto allo studio, ad allargare larea di chi non pagherà le tasse, a fare i primi interventi per i docenti e ad assumere 1.611 ricercatori". I ricercatori italiani in questo decennio, però, "hanno lavorato in condizioni non facili e ottenuto risultati di eccellenza. Sì, hanno fatto le nozze con i fichi secchi".
La contrazione delle risorse

La ministra dellIstruzione (e dellUniversità) Valeria Fedeli ha inquadrato sette questioni. Partendo dalle cifre distillate dai sei anni più duri dal Dopoguerra, ha spiegato: "I tagli finanziari, efficaci dal 2009 in poi, hanno ridotto del 17% gli organici delle università statali. Come ricorderà il capo dipartimento Marco Mancini, al 31 dicembre 2008 negli atenei italiani (statali e no) risultavano in servizio 63.243 docenti mentre il primo novembre scorso se ne contavano 53.455. Se i professori associati sono tornati a crescere (1.547), sono crollati di un terzo gli ordinari (meno 6.210) e del 41 per cento i ricercatori (meno 10.578).
Il Fondo di finanziamento ordinario delle università nel 2009 aveva raggiunto il picco di 7,831 miliardi di euro per scendere sei stagioni dopo a 6,909. Da allora, ricorda la ministra, "abbiamo ripreso quasi mezzo miliardo". Nel 2018 il recupero sarà del 6,4 per cento. "Stiamo provando a invertire stabilmente il trend, con risultati significativi", spiega la ministra: "Penso alle norme del turnover, ai finanziamenti della ricerca di base e industriale, ai Dipartimenti di eccellenza, ai dottorati".
Sul fronte delle iscrizioni, nel 2015-2016 le matricole erano 1.641.696, lanno successivo sono cresciute a 1.682.904. È aumentato anche il numero di laureati: da 302.073 a 305.265. Per le borse di studio, nel 2014-2015 la copertura degli studenti idonei era del 73,89 per cento "e dal 2015-2016 si è stabilizzata al 90%". Anche i finanziamenti provenienti dallesterno hanno sofferto, passando dai 1.391 milioni di euro del 2011 ai 1.266 milioni del 2015.
I pochi ricercatori

Rispetto agli altri Paesi dEuropa, in Italia "i ricercatori che operano nel settore pubblico e in quello privato sono pochi", dice Fedeli. Quelli a tempo pieno nel pubblico solo 120.700: un sesto dei giapponesi (662.000), un terzo dei tedeschi (358.000) e dei coreani (356.000), meno della metà dei francesi (268.000) e degli inglesi (290.000), meno degli spagnoli (122.000). Nel nostro Paese ci sono 4,9 ricercatori ogni mille occupati, in Finlandia e Danimarca 15. LItalia ha fissato il proprio target d'investimento nella ricerca all1,53 per cento del Pil per il 2020: nel 2015 eravamo all1,27% per salire nel 2016 all1,33 (media Ue). Riprendendo Gentiloni, la ministra ha ricordato che i ricercatori italiani, "pur essendo il 6,8 per cento del totale Ue", riescono a trainare l8,1 per cento del finanziamento Ue su 'Horizon 2020'. Hanno una produttività doppia, per dire, dei francesi.
Il precariato e i concorsi

La Fedeli ha ricordato che "in Europa, ancor più che in Italia, lutilizzo del contratto a tempo determinato è molto diffuso". Per laccesso alla carriera accademica in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna sono gli atenei che bandiscono in totale autonomia. La comunicazione della Commissione europea del 2012 sullo 'Spazio europeo della ricerca' ha identificato come principale impedimento a un mercato del lavoro aperto "la mancanza di un reclutamento trasparente, aperto e basato sul merito". Nel Regno Unito un ricercatore su 4 non è soddisfatto del livello di apertura, trasparenza e merito del sistema, in Germania e Francia la proporzione sale a uno su tre, in Italia si dichiara insoddisfatto più di uno su due. "Per trovare soluzioni i più avanzati sistemi nazionali e la Commissione europea si sono orientati verso una marcata responsabilizzazione di università ed enti di ricerca invitando ad utilizzare la premialità e una rigorosa valutazione dellimpatto che il reclutamento ha avuto sulla performance".
Rispetto ai recenti scandali universitari, Fedeli ha annunciato che ieri si sono conclusi i lavori in vista del nuovo Piano anticorruzione Anac, che include "stringenti raccomandazioni per le modalità di assunzione". La ministra ha sottolineato lo scarso dinamismo dei docenti italiani: "Bisogna riconoscere che lalta mobilità in Europa si basa su due presupposti: lincentivazione a spostarsi e la scarsa compartimentazione delle discipline. Esistono Paesi nei quali la mobilità è obbligatoria per legge o diffusa per consuetudine: in Germania linamovibilità è considerata un grave deficit reputazionale".
Corsi di studio ridotti e occupazione felice

In Italia è stato ridotto "considerevolmente" il numero dei corsi, "grazie a un sistema di accreditamento rigoroso, anche se bisognoso di aggiustamenti". Il numero dei corsi aveva raggiunto un record di 5.879 nel 2007-2008: da allora cè stato un drenaggio del 28,7 per cento per i corsi di primo livello, del 17,4 per cento per il secondo.
LOcse nellaprile 2016 ha evidenziato come, in Italia, a fronte di un 21 per cento di occupati sotto-qualificati e di un 6 per cento privo delle competenze adeguate alloccupazione svolta, vi sia un 18 per cento di occupati sovra-qualificati e un 12 per cento di personale con "competenze superiori al necessario". Ecco: un italiano che lavora su tre svolge una mansione che non ha alcuna relazione con il percorso di studi (in Germania è 1 su 5, in Svizzera 1 su 8).
Si rafforza la spendibilità lavorativa della laurea nei cicli economici più difficili. "Tra il 2007 ed il 2014 la distanza tra il tasso di disoccupazione dei laureati e quello dei diplomati è passato da 3,6 punti a 12,3 a favore dei primi". LItalia, però, ha un tasso di passaggio dal livello di istruzione secondario allUniversità del 50 per cento: sono stati 232.321 su 462.472 i diplomati 2016 che si sono iscritti a un ateneo a fronte del 72,4 per cento della Spagna, il 70 per cento della Francia. E tra gli iscritti labbandono è alto: nellultimo anno accademico hanno lasciato 32.194 matricole, l11 per cento del totale. Per i diplomati agli istituti professionali labbandono è del 25,1 per cento.
Il rientro dei cervelli

Il capo dipartimento del Miur, Marco Mancini, ha voluto ricordare come il nostro sistema sappia reclutare dallestero: "Tra il 2009 e il 2016, grazie ai numerosi incentivi e alleccellente misura delle Borse Levi Montalcini, le università hanno reclutato 118 Erc, 345 accademici impegnati allestero, 151 ricercatori 'Montalcini' e 76 studiosi per il cosiddetto rientro dei cervelli". Il tutto fa 539 docenti entrati a vario titolo nei ruoli: "Una misura che ci rende unici in Europa".
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