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'Ndrangheta, 50 arresti in Calabria. Rampolli dei clan traditi dai social: su Facebook come sul set di Gomorra

REGGIO CALABRIA - Tra Africo, Brancaleone e Bruzzano Zeffirio ogni appalto era cosa loro. E per rivendicarne l'esclusiva proprietà non hanno esitato persino a fare irruzione durante una riunione di Giunta e minacciare sindaco e vicesindaco, diffidandoli dall'assegnare ad altri appalti e lavori. Così, almeno fino al marzo 2015 ha funzionato l'amministrazione di Brancaleone, piccolo centro della provincia jonica del reggino, per anni preda di capi e gregari di due nuove articolazioni di 'ndrangheta, i "Cumps" e il "Banco Nuovo", oggi tutti finiti in manette. Su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dei pm Antonio De Bernardo, Simona Ferraiuolo e Francesco Tedesco, all'esito di un'indagine congiunta della Squadra mobile di Reggio Calabria e del Comando provinciale dei carabinieri, in 32 questa mattina sono finiti in carcere, in 7 ai domiciliari e 11 sono stati destinatari di una misura di obbligo di dimora perché accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, illecita concorrenza con violenza e minaccia, turbata libertà degli incanti, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi clandestine e munizionamento, ricettazione, tutti aggravati dal metodo mafioso.
"La maggior parte degli arrestati sono giovani, se non giovanissimi. Si sentivano i padroni assoluti e incontrastati" commenta il procuratore capo della Dda di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, "con arroganza senza pari imponevano il proprio dominio su appalti e lavori, ma non solo. Quello che questa indagine racconta sono le nuove manifestazioni attraverso cui la 'ndrangheta esercita il controllo del territorio". Eredi di clan storici come i Morabito "Tiradritto" e i Palamara -Scriva, le nuove leve hanno ereditato dalle vecchie generazioni la protervia. Ma rispetto agli anziani che della strategia del "basso profilo" hanno fatto il proprio marchio di fabbrica, si sono pronti ad affermarla con spudoratezza senza pari.
Leggi L'Espresso La vita violenta dei nuovi rampolli di 'ndrangheta
Figli dell'era digitale, i giovani boss non si limitavano a mostrarsi nelle strade, ma anche sui social network, dove senza timore non esitavano a ritrarsi armati fino ai denti come i protagonisti delle serie tv. "Un modo per autocelebrarsi - spiega un investigatore - ma anche per mandare un messaggio chiaro ai coetanei: qui comandiamo noi". Peccato però che quella spudoratezza alle nuove leve dei clan sia costata cara. Foto e post pubblicati su facebook sono diventate prove a carico del "Banco nuovo" e dei "Cumps" (abbreviazione americanizzata di "compari"), attivi in Calabria, ma che già da mesi si erano fatti notare nell'hinterland milanese, terra di conquista del nipote del boss Giuseppe Morabito, il "Tiradritto".
Come il nonno, i nipoti del capo passato alla storia per determinazione criminale e ferocia non si fermavano davanti a niente. E sebbene con nuovi, eclatanti metodi, hanno affermato le proprie pretese su appalti e lavori pubblici, che nella provincia jonica reggina rimangono la più grande industria. "Non si limitavano a interferire con l'attività del Comune. Più volte - e di questo ne abbiamo cognizione fino al marzo 2015 - si presentavano dalle ditte titolari di questo o quel lavoro pretendendo che lo abbandonassero e lo lasciassero a loro" spiega il procuratore Federico Cafiero de Raho. "Anche per quanto riguarda i lavori in ambito privato, grazie a dipendenti e funzionari pubblici corrotti, per i clan non c'era campo libero". Agli arresti è finito infatti anche Domenico Vitale, responsabile dell'Ufficio tecnico del Comune, secondo quanto emerso dall'indagine, gola profonda dei clan all'interno dell'amministrazione e principale interlocutore quando servivano autorizzazioni e permessi per questo o quel lavoro. Alle giovani leve, nulla veniva negato. Anche perché identica al passato era la capacità di intimidire e, se necessario, di far male. In mano ai nuovi picciotti, come padri e nonni impegnati anche nel tradizionale business del traffico di droga, è stato trovato un vero e proprio arsenale di armi e munizioni, che si sono dimostrati pronti a utilizzare. E forse non solo in Calabria. Questa mattina, perquisizioni e sequestri sono stati eseguiti anche in Lombardia e Liguria, nuove colonie di un vecchio regno basato sul terrore.
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